BOLIVIA: È COLPO DI STATO, ORDINE DI ARRESTO PER EVO MORALES

DI FRANCESCA CAPELLI

Non c’è nemmeno bisogno di cercare un giro di parole: quello in Bolivia è un colpo di stato. Inutile usare eufemismi. Non si sono fermati davanti alla legge, non si sono fermati davanti allo stato di diritto, non si sono fermati nemmeno davanti al risultato elettorale. Non hanno aspettato il riconteggio dei voti da parte degli ispettori della Oea (Organización Estados Americanos), che comunque non hanno mai messo in discussione la vittoria di Morales, ma il vantaggio effettivo su Carlos Mesa, che gli avrebbe permesso di vincere al primo turno senza andare al ballottaggio.
Dopo una notte di guerra civile, nella mattinata di domenica 10 novembre, il presidente boliviano ha convocato nuove elezioni, nella speranza che il paese tornasse alla calma. Ma nemmeno questo va bene ai golpisti. Non vogliono tornare alle urne, vogliono fare sparire di scena Evo Morales. Infine è insorto l’esercito che, in un comunicato, ha dato l’ultimatum a Morales: dimissioni o la guerra civile.
Carlos Mesa, candidato per l’opposizione, e Fernando Camacho, leader separatista delle provincie del Sud, sono entrati trionfanti nella Casa de Gobierno. Camacho brandiva una bibbia, tanto per ricordarci il ruolo eversivo che le sette evangeliche giocano in Sud America.
In un tesissimo messaggio tv, il presidente ha annunciato il proprio ritiro. In nome della pace, in nome della vita e delle sicurezza di collaboratori, ministri, funzionari pubblici, dirigenti sindacali che, nelle ore precedenti, erano stati sequestrati, torturati, minacciati. Perché commercianti e taxisti non siano costretti, sotto minaccia, alla serrata contro il governo, nella migliore tradizione dei colpi di stato “made in Usa”, come quello contro Salvador Allende in Cile nel 1973.
Gli insorti hanno addirittura dato fuoco alla casa della sorella del presidente e minacciato l’ambasciata venezuelana, violando l’immunità diplomatica. Un altro déjà vu: nel 2002, durante il tentativo di golpe in Venezuela contro Hugo Chavez, il candidato oppositore Enrique Capriles (cha la stampa italiana ha pervicacemente dipinto per anni come pacifista e democratico) guidò un commando all’assalto dell’ambasciata cubana. Ai sinceri democratici piace attaccare le ambasciate, si sa.
I rappresentanti del Grupo de Puebla (un forum di politici, intellettuali, capi di stato iberoamericani di area progressista) riuniti in questi giorni a Buenos Aires per avanzare nel processo di integrazione latinoamericana, hanno condannato unanimamente il golpe. “Difficile pensare che gli Stati Uniti non abbiamo un peso in questa vicenda”, commenta Jorge Taiana, ex ministro degli Esteri argentino. Secondo il politico, il prestito del Fmi all’Argentina avrebbe dovuto favorire la vittoria di Maurizio Macri alle elezioni ed è indubbio che il trionfo di Alberto Fernández abbia rafforzato la volontà destabilizzatrice degli Usa nella regione”.
A questo si aggiunge la liberazione di Lula e la stessa riunione del gruppo di Puebla: la ricostruzione di un asse progressista in Sud America sarebbe inaccettabile. La sensazione è che sia in corso un attacco senza precedenti, superato soltanto – almeno per l’uso della forza miliare – dai colpi di stato degli anni ’70.
In Europa, solo il laburista inglese Jeremy Corbyn ha preso una posizione netta a favore di Morales. Dal Brasile, dove ha appena ritrovato la libertà, Lula ha inviato il suo messaggio: “È triste che l’America Latina abbia un’élite economica incapace di convivere con la democrazia e l’inclusione sociale dei più poveri”. Già, perché nei 13 anni di governo di Morales, la Bolivia ha portato il debito dal 60 al 20 per cento del Pil, ha ridotto le differenze estreme tra ricchi e poveri, ha abbassato l’indigenza dal 37 al 17 per cento della popolazione.
Cosa succederà nelle prossime ore? Il Messico ha offerto asilo politico a Evo, che però ha affermato che non intende lasciare il paese, dal momento che non ha commesso nessun reato. Ma Fernando Camacho ha annunciato un ordine di arresto per Evo Morales e la polizia lo sta cercando. Quale autorità ha emesso tale mandato, dal momento che Camacho non ricopre alcuna carica istituzionale? E con quale accusa intendono arrestare il presidente?
Chi o cosa governerà la Bolivia da domani e quando verranno indette nuove elezioni democratiche resta un’incognita.