DISPOSITIVI ANTI-ABBANDONO. OK, MA ADESSO PARLIAMO DELLA CAUSA

DI COSTANZA OGNIBENI

È stata varata pochi giorni fa la legge che obbliga le famiglie italiane con figli al di sotto dei tre anni a dotarsi del dispositivo anti-abbandono da mettere in auto sul seggiolone.

Un mezzo che sicuramente eviterà tragedie come quelle – fortunatamente poche –  cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ma la trappola nascosta dietro una legge che sembra voler tutelare le vite sia dei figli che dei genitori è piuttosto sottile, e in quanto tale occorre individuarla, per evitare quelle influenze culturali che, come impercettibili parassiti, si instillano nel pensiero comune e lo vanno a infettare senza che nemmeno ci se ne renda conto, offrendo una visione della realtà distorta quanto ineluttabile.

Inserire un dispositivo sotto il seggiolone di un bambino, che suona ogni qualvolta il genitore esce dall’auto, cura senza dubbio il sintomo – a quel punto diviene praticamente impossibile dimenticarselo – ma senza che si vada a individuare la causa. Un po’ come le gocce per dormire, i calmanti per le crisi di angoscia, le “pillole dell’allegria” quando ci si sente sottotono e via discorrendo. La lista di palliativi è infinita, così come la riluttanza ad andare a indagare le vere cause di questo cosiddetto “malessere diffuso”. E invece, mai come in una società come quella odierna l’eziopatogenesi diviene un processo necessario; mai come in un tempo dove tutto corre e scorre, soffermarsi a cercar di distinguere cosa è normale da cosa è patologico, cosa rientra nella quotidianità da cosa necessita di un vero e proprio supporto medico, diviene fondamentale. E allora è qui che si cela il secondo tranello dell’“eroica legge che tutti salverà”, nell’incapacità di distinguere un bambino da un paio di occhiali da sole.

Periodi di affaticamento, pensieri, preoccupazioni, possono certamente portare a “perdersi i pezzi” – a chi non capita? Il portafoglio al supermercato, l’auto nel parcheggio in sosta vietata, le chiavi dentro casa. Sono quei piccoli incidenti quotidiani per cui la frase “ho bisogno di una vacanza” diviene a dir poco sacrosanta; scotomi e dimenticanze sono palesi sintomi di un iper-stress cui la nostra mente viene quotidianamente sottoposta. Niente di auspicabile, ma nemmeno patologico, se vogliamo; probabilmente una bella settimana rigenerativa può essere utile per far rientrare tutto nella norma. Ma non si possono infilare in mezzo a cappotti, mazzi di chiavi e portafogli anche i bambini; lì subentrano sistemi di pensiero completamente diversi, che viaggiano su binari se vogliamo paralleli, ma mai e poi mai coincidenti.

“L’amnesia è un difetto del ricordo cosciente, ma il difetto del ricordo cosciente, il cosiddetto scotoma, non si adatta a questo caso. Dimenticarsi le chiavi o la borsa è una questione di rapporto con la realtà materiale, mentre la memoria indica il rapporto con la realtà umana. Laddove quest’ultimo rapporto fallisce, parliamo di malattia mentale. Dimenticare le chiavi è normale, dimenticare un bambino è malattia, è annullamento”.

Risalgono al 2014 le parole dello psichiatra Massimo Fagioli, il quale nell’intervista di Elisa Finocchiaro sottolineava la fondamentale differenza tra le due tipologie di memoria che entrano in ballo nel rapporto con la realtà, umana e non. Parole che hanno come fondamento la cosiddetta Teoria della Nascita, basata sull’idea secondo la quale qualsiasi comportamento, patologico e non, ha sottesa una realtà non cosciente. Nel caso degli abbandoni dei figli, secondo la teoria, agisce la cosiddetta pulsione di annullamento, un fenomeno psichico non cosciente che fa sparire la dimensione di rapporto con l’altro, in questo caso l’immagine del figlio. Ed è proprio la sua dimensione di non-coscienza a far sì che il genitore non si capaciti di quanto accaduto. Sono parole che non devono condannare, ma anzi assolvere i genitori artefici di questi drammatici episodi. L’intervista era infatti stata fatta all’indomani della sentenza che assolveva Andrea Albanese, processato per aver dimenticato il figlio Luca di due anni in auto per otto ore, dopo le quali lo aveva ritrovato morto. Poco più di un anno dopo la tragedia, il gip Elena Stoppini ne aveva decretato il proscioglimento perché ritenuto “non in grado di intendere e di volere”. La cosiddetta “amnesia dissociativa” chiamata in causa da diversi psichiatri che potrebbe colpire chiunque, era in realtà una malattia molto più profonda, che in quanto tale non può colpire chiunque e le cui origini non sono certo facili da individuare – occorrono fior di specialisti – ma che nel momento in cui si manifesta va trattata come tale.

“Questa degli allarmi è una soluzione “meccanica” e materiale; una soluzione che si usa per gli oggetti, applicata agli esseri umani”, continuava lo psichiatra. Parole risalenti a cinque anni fa, che mai come oggi, che quei dispositivi meccanici sono effettivamente entrati in vigore, sentiamo attuali.

Rammarica pensare che dobbiamo pagare la salvezza di numerosi bambini con il pensiero che potrebbe capitare a chiunque; rammarica che quanto è segno di un disagio mentale – e che come tale può essere curato e guarito – venga fatto passare per normale. Ancora una volta, insomma, siamo approdati all’ottica basagliana secondo la quale siamo tutti pazzi dentro; anni di lotte e di ribellioni per approdare alla solita “bestia da controllare” che dorme sotto la copertura di comportamenti assolutamente impeccabili.

Viene da chiedersi, piuttosto, se non esista una “terza via” per la quale i bambini non verranno più dimenticati nelle auto e allo stesso tempo si imparerà a distinguere “il grano dal miglio”, ciò che è normale da ciò che è patologia.

Possibile che, ancora una volta, la sinistra non abbia niente di meglio da proporre in merito?