BOLIVIA: IL GOLPE DEL LITIO

DI FRANCESCA CAPELLI

Se stai leggendo questo articolo dal tuo smartphone, sei perfettamente sulla notizia. Perché la vera ragione del colpo di stato in Bolivia ha un nome: litio. Il minerale con cui sono fatte le batterie dei cellulari e di cui la Bolivia possiede i maggiori giacimenti del mondo (21 milioni di tonnellate), concentrati principalmente nella zona del salar di Uyuni (verso il confine con il Cile), la più grande distesa desertica salata del mondo (11mila km2). Una zona dal valore ambientale e paesaggistico immenso, con tutte le conseguenze che uno sfruttamento minerario comporta per l’ecologia e il turismo.
Fin dal suo primo mandato, nel 2006, Evo Morales aveva annunciato un abbandono del modello neoliberista dei suoi predecessori (che aveva prodotto manifestazioni e rivolte popolari in seguito alla privatizzazione e conseguenti rincari dei servizi della fornitura di acqua e gas), ma la realizzazione di un progetto di filiera (estrazione, vendita ma anche utilizzo nell’industria nazionale, come la produzione di auto elettriche) si è dimostrato più arduo del previsto. Per la concorrenza di paesi come Cile (che controlla il 44 per cento del mercato), ma anche Australia, Cina e Argentina. Per il gap tecnologico di cui soffre l’industria boliviana. E per i costi ambientali, incompatibili con la legge del 2010 della Madre Tierra, la Pachamama, considerata un soggetto di diritto che lo stato è obbligato a proteggere.
Nel 2018 concessione per lo sfruttamento del litio di Uyuni era stata affidata a un’impresa mista tedesco-boliviana, suscitando le proteste delle comunità locali, che si vedevano escluse dai benefici economici della miniera, della quale avrebbero però dovuto sobbarcarsi i costi ambientali e sociali. Le proteste dei comitati civici avevano convinto Evo, pochi giorni dopo le elezioni di ottobre, a rivedere l’accordo, riservando maggiori benefici alle comunità locali.
L’accordo prevedeva la realizzazione di un impianto industriale per un investimento di 900 milioni di dollari. La compagnia tedesca ACISA, partner della Bolivia, si era detta essere sicura che il progetto litio sarebbe stato ripreso “dopo una fase di chiarimenti e tranquillità politica”. L’aneddoto spiega quanto siano ramificati e potenti gli interessi intorno a questo minerale.
Anche l’Argentina è legata alle risorse naturali boliviane. Nel 2006 Evo e l’allora presidente argentino Nestor Kirchner avevano firmato un accordo sulla fornitura di gas naturale boliviano all’Argentina fino al 2026. Accordo che avrebbe dovuto essere rivisto in questi giorni (per quanto riguarda prezzi e volumi forniti) dai due nuovi presidenti eletti, che tutti già indicavano in Alberto Fernández e lo stesso Evo. Per questo Alberto era tranquillo, dato che avrebbe dovuto trattare con un governo amico. Il golpe, organizzato da forze politiche sicuramente ostili a Fernández, rischia di colpire indirettamente anche l’Argentina, già in serie difficoltà economiche.