EVO E IL SUO VICE ARRIVANO IN MESSICO, LA BOLIVIA RESISTE

DI FRANCESCA CAPELLI

Evo Morales e il suo vice Álvaro Linera sono salvi in Messico, ma in Bolivia è iniziata la caccia alle streghe. Il paese, da domenica, è in stato d’assedio de facto, senza un’autorità costituzionale autorizzata a proclamarlo. Esercito e polizia hanno effettuato migliaia di arresti, soprattutto nelle città di Cochabamba ed El Alto. Quest’ultimo, nato come sobborgo di La Paz per l’arrivo di immigrati interni dalle zone rurali negli anni ’50, è oggi la seconda città del paese, con quasi un milione di abitanti.
I golpisti, intanto, non perdono tempo e si affrettano al riempire il vuoto di potere nel quale si trova la Bolivia. Nel pomeriggio di lunedì, il Senato si è riunito e, pur mancando il numero legale, ha nominato come presidente dell’assemblea la senatrice di destra Jeanine Añez Chávez, che si è poi autoproclamata presidente a interim della Repubblica, con l’impegno a indire entro 90 giorni nuove elezioni (a cui però non potrà partecipare il Mas, il partito di Evo Morales).
A questo punto sarebbe interessante chiedersi cos’abbiano da dire i rappresentanti della Oea (Organización Estados Americanos), che si trovano in Bolivia da 10 giorni per verificare la correttezza del processo elettorale. Saranno senz’altro distrutti dal lavoro, visto che sono riusciti a malapena ad analizzare 78 urne su oltre 34mila (il campione avrebbe dovuto essere di 340) e da lì hanno dedotto che le elezioni sono state irregolari. Elezioni vinte da Evo Morales con il 48 per cento dei voti e uno scarto di quasi il 10 per cento rispetto all’avversario: immaginare una frode di tale magnitudo presuppone irregolarità macroscopiche anche nelle operazioni di voto, violenze e intimidazioni, tafferugli ai seggi. Episodi che gli osservatori internazionali presenti nel paese non hanno rilevato.
Del resto, appena l’opposizione aveva gridato alla frode, la Oea si era affrettata a chiedere subito di andare al ballottaggio, anche se Evo Morales risultava in vantaggio – sebbene di misura – di quel 10 per cento che gli avrebbe garantito la vittoria al primo turno. In tutto questo, davanti alle obiezioni degli ispettori, Morales aveva comunque accettato di ripetere le elezioni, che con ogni probabilità avrebbe rivinto. Ma non era questa l’opzione desiderata.
Nel frattempo è uscito totalmente di scena il secondo candidato alla presidenza, Carlos Mesa. Di cui qualcuno, in occidente, si è dimenticato il passato. Era vicepresidente del paese nel 2003, all’epoca della “guerra del gas”, una protesta popolare contro l’aumento delle bollette del gas a causa della privatizzazione del servizio, protesta che venne repressa con un bilancio di 80 morti e 500 feriti. L’allora presidente Gonzalo Sánchez del Lozada fu costretto alle dimissioni e venne sostituito dallo stesso Mesa, che tuttavia non era estraneo al massacro. In più, la sua passione per le privatizzazioni in campo energetico potrebbe averlo reso poco appetibile, come presidente, per le classi popolari. E fosse proprio questa la ragione della sua sconfitta? Ci lamentiamo della mancanza di memoria storica nei popoli e, quando dimostrano di avercela, ci stupiamo delle loro scelte.
Dal golpe emerge un nuovo protagonista, Fernando Camacho (detto Macho, e non è uno scherzo), un avvocato di Santa Cruz (una delle ricche e bianche provincie del Sud-Est), presidente di un partito separatista, il Comité Civico, e fanatico religioso, legato – come il brasiliano Jair Bolsonaro – alle sette evangeliche (https://www.alganews.it/2018/10/18/sudamerica-il-peso-politico-delle-sette-evangeliche/). Ma soprattutto, rampollo di una famiglia di industriali nel campo del gas e delle miniere, proprio i settori che negli ultimi 15 anni sono stati nazionalizzati nei governi di Evo Morales.
Intanto, nelle ultime ore, la resistenza si è concentrata nella città di El Alto, dove convergono dalle aree rurali militanti e volontari delle comunità indigene e contadine. Strade interrotte, quartieri dove la polizia è stata scacciata… Resistono gli studenti dell’Upea (Universidad pública di El Alto), creata nel 2000 e che nel 2011 è arrivata a offrire 35 corsi di laurea, prevalentemente nell’area scientifico-tecnica.
La Confederaciones sindical de comunidades interculturales, formata dalle associazioni di nativi, normalmente piuttosto litigiosa al proprio interno, ha rifiutato le dimissioni del presidente e ha convocato un blocco stradale di camionisti intorno alla capitale. “In difesa della democrazia interculturale e intraculturale, in difesa del risultato delle elezioni, è il momento di unirci per i nostri diritti”, ha dichiarato in una conferenza stampa il portavoce Henry Mamaní (al centro, nella foto). “Non abbiamo paura del señor Camacho, non accetteremo mai come presidente el señor Mesa, responsabile del massacro dei nostri fratelli nel 2003. Siamo pronti a morire per la democrazia”.
In fondo, se oggi vivono nello Stato Plurinazionale di Bolivia, uno stato che riconosce l’identità nazionale e i diritti, compresi quelli linguistici, di aymara, guaraní e altri gruppi indigeni, lo devono proprio a Evo Morales.