IL BOOM DI AIRBNB: IL TURISMO DEL FUTURO E UN PRESENTE PER FURBETTI

DI ANNA LISA MINUTILLO

Immersi in mari di cemento che possono diventare ottime occasioni per speculare o per guadagnare semplicemente, senza neanche tanto dispendio di energie. L’idea arriva da Airbnb una piattaforma americana che in breve tempo è arrivata a gestire miliardi di abitazioni e viene accusata di spogliare il centro città dei suoi residenti provocando inoltre il rincaro dei prezzi negli immobili. Affitti brevi che diventano una fonte di sostentamento non indifferente. Nasce così una nuova occupazione che non richiede una particolare qualifica e che diventa fonte di attrazione proprio perché non sembra abbastanza regolamentata (soprattutto al livello fiscale). Infatti, nonostante si stiano diffondendo a macchia d’olio aziende che lucrano sul mercato degli affitti brevi, i controlli effettuati sono pochi e la legislazione, di competenza regionale, risulta poco utile nella limitazione di questo fenomeno.
Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire cos’è Airbnb?

Airbnb è una community che permette a chi è in possesso di una o più camere disponibili nella propria abitazione di affittarle ai viaggiatori che vogliono conoscere quella determinata città. Si potrebbe definire un modo di viaggiare molto più economico e “social” della classica sistemazione in hotel. Inoltre consente di conoscere svariate persone e ricevere consigli che possono rivelarsi preziosi, circa la visita della città stessa, oltre che a garantire un costo nettamente inferiore rispetto a quello che si pagherebbe pernottando in hotel. Complice anche il fatto che molte di queste abitazioni sono situate in zone centrali della città, il che permette in pochi passi di raggiungere il luogo che si è deciso di visitare.

Come funziona Airbnb?
E’ molto semplice. Il primo passo da compiere è iscriversi al sito e lo si può fare sia connettendosi tramite il proprio account di Facebook (ed è il metodo più veloce) sia compilando tutti i campi ed inserendo il proprio indirizzo mail. Una volta registrati è possibile iniziare a navigare cercando la sistemazione migliore per il vostro viaggio. I metodi di pagamento variano a seconda del Paese di appartenenza. In Italia si può pagare tramite carta di credito ed Airbnb addebiterà il costo del soggiorno soltanto dopo che la vostra richiesta sarà stata accettata da chi ospita. Se chi ospita accetta, Airbnb invierà all’ospite tutti i contatti mail e telefonici in modo che si possa creare un contatto diretto fra le due parti. Indubbiamente un sistema che permette di viaggiare limitando i costi ma che, non essendo controllato come dovrebbe, crea la generazione dei soliti “furbetti”, che oltre a ritrovarsi una fonte di guadagno ottimale, non pagano nessuna tassa per il servizio offerto.

Qualcosa che nel corso degli anni ha visto il settore in netta espansione, infatti in città come Firenze e Venezia, nel centro storico della Città un numero sempre maggiore di proprietari hanno deciso di guadagnare gestendo i propri alloggi come piccoli B&B. Queste ultime in gergo tecnico vengono definite locazioni turistiche. Questo perché a differenza degli alberghi o dei Bed and Breakfast non forniscono servizi aggiuntivi , come ad esempio la colazione oppure la pulizia quotidiana della stanza.
Prendendo visione del sito Inside Airbnb, contesto in cui vengono monitorati gli affitti brevi in tutte le città del mondo, il centro storico di Roma riporta una miriade di puntini rossi. Nelle zone come Trastevere, Rione Monti e il Colosseo vengono segnalati quasi 15 mila appartamenti (su 29mila disponibili in tutta la Capitale). Nel 2017 erano meno di 12mila. Questo a testimonianza del fatto che in soli due anni sono comparse altre 3mila abitazioni. Cifre in aumento che tendono a cambiare la natura delle città. Nella fase iniziale i proprietari mettevano a disposizione degli ospiti una stanza dell’appartamento in cui abitavano, oggi invece è diventata quasi una moda quella di pubblicare annunci su interi alloggi: case di proprietà inutilizzate che in precedenza venivano date in modo stabile. Appartamenti a volte ereditati che mentre prima erano affittati con contratti di locazione piuttosto lunghi, oggi con Airbnb rappresentano una fonte di guadagno che permette di triplicare i ricavi in pochi anni. In questo modo non si incappa neanche in affittuari che non pagano la quota mensile, e che rappresentano un reale problema a Roma , così come in altre città del nostro paese. Sono molti i proprietari di casa che la pensano in questo modo infatti circa il 70 per cento degli annunci disponibili sulla piattaforma riguarda interi appartamenti, mentre le offerte per le stanze da occupare per un breve pernottamento sono rappresentate da un 29 per cento, che equivale a meno di 5mila.

Le case disponibili su Airbnb sono sempre di più, salgono i guadagni dei singoli e allo stesso tempo, dato che l’offerta si riduce, crescono i prezzi degli immobili da affittare stabilmente. Tutto questo rappresenta un problema soprattutto per il ceto medio, problema che diventa anche più serio se si tiene in considerazione che questi locali in media sono vuoti per 240 notti all’anno. Il che vuol dire che 14mila appartamenti sono occupati solo 1 sera su 3. Gli studenti, le famiglie continuano a cercare una casa dove poter abitare e, non riuscendo a trovarla sono costretti a spostarsi nelle periferie delle città. I prezzi che salgono, i turisti che aumentano e i residenti che diminuiscono, questo lo scenario a cui stiamo assistendo.

Cittadini che si “scontrano” con il numero elevato di turisti che popolano il centro delle città, attività commerciali che aprono per attirare masse sempre maggiori, e il senso della tipicità dei luoghi che si fonde con qualcosa di artificiale in cui ad essere messo in primo piano è il business non più la storicità dei luoghi.
Le criticità, evidenziate nel corso degli anni, con l’utilizzo di Airbnb, riguardano anche gli aspetti contributivi e fiscali. Infatti, il diffondersi della cultura degli affitti brevi, ha portato al diffondersi della morosità. Dal 2017 per tutti gli appartamenti utilizzati come affitti brevi, che si tratti di case di proprietà o di case altrui, Palazzo Chigi ha imposto la cedolare secca, che prevede il pagamento del 21 per cento sui guadagni annuali. Airbnb avrebbe dovuto versare i contributi fornendo informazioni dettagliate sugli host e sui loro redditi. Ma la piattaforma statunitense oltre a rifiutarsi, ha deciso di aprire una battaglia legale con lo Stato Italiano.

Perché?

Se avesse iniziato da operare come sostituto d’imposta avrebbe dovuto pagare anche le tasse al Fisco. Mentre al momento sono i singoli proprietari a dichiarare quanto guadagnano e a pagare le tasse. Potrebbero asserire il vero così come mentire a riguardo, ed in entrambi i casi, difficilmente essere scoperti.

Una situazione che appare quindi molto confusa in cui è evidente la mancanza di controlli. Sono tantissimi i proprietari che non dichiarano praticamente nulla, ed in questo modo si assiste alla nascita di un far west, dove chi è più “furbo”, vince. Dovrebbero aumentare i controlli, ma dovrebbe anche essere fatta una distinzione più marcata e regolata tra occasionali e non. Vi è chi affitta un solo appartamento e per poco tempo e chi, scavalcando regole ha creato un business. Sul sito Inside Airbnb viene riportato che il 70 per cento degli host (termine con cui si indica chi mette a disposizione un’abitazione sulla piattaforma) pubblica più di un annuncio. C’è ad esempio, chi possiede più appartamenti tra Trastevere e Rione Monti, che vengono affittati a 120 euro a notte. Guadagni ingenti quindi ma che per l’agenzia delle entrate non vengono considerate come attività imprenditoriali. Non rientrando nella locazione turistica viene richiesto soltanto il pagamento della cedolare secca mentre non si è tenuti ad aprire una partita Iva. Affitti brevi non regolamentati come tali che a Roma, nel centro storico, hanno creato un vero e proprio business.

Nel centro di Roma nel 2019 sempre più abitazioni sono state acquistate per poi essere utilizzate come fonti di reddito. Un delirio normativo che ha portato alla creazione di figure imprenditoriali ( non riconosciute), che generano offerte allettanti passando sopra la situazione incresciosa in cui fanno versare le loro città. Ci si chiede cosa fare, e come tentare di risolvere questo annoso problema. Per la questione fiscale le norme devono essere nazionali. Per il resto, trattandosi di turismo, deve essere la Regione ad occuparsene, ma dato che ogni città ha le sue leggi, la questione tende a diventare ancora più intricata. Nel Comune di Roma hanno varato un nuovo regolamento che riguarda soprattutto la riscossione automatica da parte della piattaforma online della tassa di soggiorno (senza che siano i singoli host a doverla versare). Questo provvedimento in molte città, come a Firenze, era già stato adottato da tempo.
A restare aperta è la questione del ridurre il numero di alloggi. In Toscana hanno stabilito ufficialmente che andando oltre un determinato numero di appartamenti l’attività deve essere considerata imprenditoriale. Nella Capitale al momento non esiste niente di simile. Le soluzioni potrebbero essere diverse. Basterebbe guardare oltreoceano.
Airbnb invece fa notare che in un contesto in cui il centro storico di Roma si è andato spopolando nel corso degli ultimi decenni, ha consentito di mettere in sicurezza un patrimonio immobiliare poco valorizzato e scarsamente manutenuto.

Guardiamo com’è la situazione dei numeri nel resto d’Italia . Su Airbnb si trovano oltre 20mila annunci per pernottare a Roma, quando al Comune ne risultano solo 8600 di attività ricettive extra-alberghiere. Questo indica che ci sono almeno 13.400 fantasmi, che si muovono nel grande vuoto normativo. A Torino, su 2446 sistemazioni pubblicate sul portale, soltanto 341 strutture ( il 13%) hanno presentato la documentazione di inizio attività. A non superare l’esame anche Firenze, dove Airbnb ha appena firmato un accordo con il Comune impegnandosi a versare la tassa di soggiorno. Qui gli annunci sono 7497, ma i bed and breakfast e gli affittacamere registrati non raggiungono i mille. Stessa situazione a Napoli con 2432 offerte ma solo 630 attività censite dal Comune. Ad aggiudicarsi la maglia nera Milano: 12841 inserzioni e solo 515 negli elenchi del Comune (4%) nell’anno di Expo. Mentre, a salvarsi, tra le principali destinazioni turistiche sono Venezia e Verona.
Città in cui gli albergatori alzano il tono della voce facendo notare che: si ritrovano a combattere contro la concorrenza sleale oltre che contro un’ alterazione delle regole che danneggia le imprese turistiche tradizionali . Nella sede italiana di Airbnb, nel 2015, durante una visita conoscitiva della Guardia di finanza, sono stati richiesti gli elenchi dei locatori, ma non sono stati forniti, poiché è stato riferito che i dati vengono custoditi sui server all’estero. La tracciabilità dei pagamenti elettronici non è quindi di grande aiuto nella caccia agli evasori. Il portale riduce il tutto in una avvertenza all’host: «Sei responsabile della gestione delle tue tasse e degli eventuali obblighi fiscali». La novità è che anche i proprietari di case ora chiedono di fare chiarezza. Il balletto di situazioni assurde dove se da una parte sono gli stessi proprietari a chiedere di fare chiarezza, dall’altra l’introduzione di nuove tasse potrebbe spingere i proprietari-locatori a restare nell’illegalità.

Un viaggio attraverso i “furbetti” che non si allineano al pagamento delle dovute tasse, ma anche il problema della mancanza di controlli dei proprietari degli immobili che traggono vantaggi impattando sulle attività di alberghi che perdono clientela. Insomma una sorta di grande pasticcio da cui diventa difficile riemergere. Ricordiamo che la tassa Airbnb sugli affitti brevi è stata una norma prevista nel def di due anni fa e che prevedeva una cedolare secca sugli affitti brevi con aliquota al 21% sul canone di locazione. A quanto pare il numero degli evasori continua ad essere cospicuo, e i controlli a mancare, con Airbnb che non mostra volontà collaborative . Una situazione che andrebbe risolta, in cu cui se ogni attore ricoprisse il suo ruolo in modo corretto, potrebbe offrire una forma di turismo “alternativo” , ai turisti che poco si adattano agli orari degli alberghi che vincolano la loro libertà, ma senza far diventare l’offerta di meno servizi il baluardo di qualcosa che funziona ma non come dovrebbe. Sarebbe tutto risolvibile se non si usasse questo sistema,( come abbiamo fino ad ora visto), come una forma di speculazione acquistando interi stabili , senza poi all’atto pratico pagare le tasse dovute.
Potrebbe esserci spazio per tutti, ma in questo paese si tende a prediligere chi infrange le regole avendo magari idee propositive che impiegano poco tempo per rivelarsi dannose. Incoraggiare il turismo o chi non riesce a trovare una casa ad un costo equo, non devono essere azioni che si ripercuotono verso gli altri cittadini poiché le case sono un diritto di tutti, non solo di chi tende a fare la voce grossa, danneggiando gli altri. Chi percepisce cospicui guadagni deve fare la sua parte, perché se tutti adottassimo questo sistema si aprirebbero le porte del benessere, proprio quello che sempre più, pare spettare “ai soliti”.