IL DRAMMA DI VENEZIA ALLAGATA COME NEL 1966

DI GIO’ ALAJMO

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Il 4 novembre ‘66 non ero a Venezia quando fu sommersa da un’acqua alta devastante e persistente che arrivò a 194 cm sul livello del mare. Questo dato è incomprensibile ai non veneziani per cui va spiegato che Venezia ha i piani di calpestio a diverse altezze, e che l’acqua per allagare piazza san Marco, il punto più basso della città, deve superare gli 80 cm slm, mentre a Rialto ne servono 105 e in stazione 135. Oltre i 135 tutta la città va sott’acqua. Con i 187 cm raggiunti ieri, la basilica di san Marco ha avuto la cripta totalmente allagata e la chiesa sommersa d’acqua fino a un metro di altezza. Ma il problema non è solo l’allagamento, ma le onde che il vento fa infrangere sulle parti più esposte alle bocche di porto dove dovrebbe esserci il Mose che non c’è ancora. Per cui ieri via Garibaldi, dove ci sono i giardini della Biennale, sembrava un fiume in piena. A Venezia l’acqua alta è ciclica, segue il corso lunare delle maree e sale e scende ogni dodici ore. È vitale per la laguna perché ricambia l’acqua, porta in mare lo sporco e riossigena il mare interno, impedendo il progressivo interramento. Ma quando si verificano condizioni di sessa e di scirocco il ciclo può diventare, come ieri, devastante, perché l’acqua di marea invece di defluire viene spinta dal vento all’interno e si somma con la precedente innalzandosi oltre limite; inoltre condizioni particolari possono creare onde che sbattono contro le rive e i palazzi senza difesa. Nel 1966 – presentai su questo una tesina all’esame di maturità qualche anno dopo – si verificarono condizioni climatiche estreme che portarono ad alluvionare mezza Italia. A Venezia la spinta continua dello scirocco portò il mare a sbattere con violenza contro le dighe a difesa delle isole a protezione della laguna, Lido e Pellestrina, fino a spostare e svellere masegni da tonnellate, e investire Venezia con un flusso d’acqua rallentato ma continuo. Si disse che se il vento avesse continuato a soffiare per altre sei ore, un’onda di marea di 60 centimetri avrebbe superato le isole e avrebbe investito direttamente la città ormai indifesa spazzandola via. Si disse poi che questo era un fenomeno rarissimo che poteva non ripetersi più per secoli, oppure riproporsi identico in qualsiasi giorno. Rileggete bene: IN QUALSIASI GIORNO. Ieri ci siamo andati vicini di nuovo. E quello che fa più male è che le opere a difesa da questo evento estremo (Mose) sono un cantiere in attesa da 53 anni e sono servite più a finanziare politici corrotti di ogni orientamento, destra, centro e sinistra, che non a salvare la città. E che ancora si scoprono magagne e si farfuglia. Rileggete bene queste parole: IN QUALSIASI GIORNO e 53 ANNI.
Oggi si contano di nuovo i danni. Con vaporetti poggiati sulle rive, case e negozi devastati, fango e monumenti a rischio, nella speranza che gli archivi storici e artistici siano da tempo in sicurezza come non lo erano nel ‘66. Si blatera di autonomia, città unica, danni del turismo, grandi navi, ma la priorità della politica e dei cittadini tutti dovrebbe essere pretendere da subito la messa in sicurezza della città lagunare. Come dicevo il 4 novembre ‘66 non ero a Venezia. Ascoltavo per telefono la voce preoccupata dei miei genitori che vedevano l’acqua salire sempre più nel vano scale e non scendere mentre il tempo era pessimo. Io ero in visita a casa di mia nonna, ma anche lì non si scherzava. Ero a Firenze. L’alluvione di Firenze in qualche modo sottrasse visibilità e percezione di tragedia a quella di Venezia. Ma Venezia ebbe comunque i suoi aiuti, da parte di tutto il mondo, con l’afflusso di denaro e la nascita dei numerosi comitati di salvaguardia. Quel giorno il mondo ebbe la percezione precisa dell’esistenza di una città patrimonio mondiale e fragile e in pericolo. Anche per questo tutti vogliono visitarla, magari non tutti insieme per favore.

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