PERCHE’ DR.SLEEP E’ UN PESSIMO FILM

DI LOREDANA LIPPERINI

Primo: non è vero che tutti i film o le serie televisive tratti dai romanzi di Stephen King siano di bassa qualità, dunque questo non è il solito commento dell’appassionata che non vuole che l’originale sia tradito. Penso, in ordine sparso, a Le ali della libertà, Il miglio verde, Carrie, La zona morta, Stand by me, Misery, Dolores Claiborne (L’ultima eclissi, ovvero), La metà oscura, Cuori in Atlantide, lo stesso It, 22/11/63.
Secondo: Dr. Sleep è un pessimo film, laddove il romanzo, almeno a mio parere, era un gran bel romanzo, nonostante le insidie del sequel (di Shining). Lo era per una serie di motivi, di cui ho scritto all’epoca.
Ovvero.
Shining è un grande romanzo sulla paternità, la diversità, la solitudine. E’ anche una grande lezione su come si racconta la paura senza l’armamentario canonico del genere: le due pagine in cui il piccolo Danny è nel corridoio dell’Overlook hotel, supera l’estintore avvolto in spire come un rettile, fa pochi passi e avverte un lieve  tonfo, e immagina che quell’estintore sia un serpente che striscia verso di lui alzando la testa per colpire, e non osa girarsi, sono un compendio magistrale che ogni autore e anche ogni lettore del cosiddetto horror dovrebbe mandare a memoria.

Doctor Sleep è altra faccenda: è come se il “puoi? posso” di Paul Sheldon in Misery, che lo porta a resuscitare plausibilmente la sua eroina morta e sepolta nel libro precedente, venisse applicato da una parte con il massimo della tecnica, dall’altra con il massimo della nostalgia.  Anche Doctor Sleep è un libro sulla paternità, come molti di King: credo che uno dei motivi per cui King non ami la versione cinematografica che Kubrick trasse da Shining risieda proprio nell’aver tagliato via la complessità del rapporto che lega Jack Torrance  a Danny. Jack è facile preda dell’entità che possiede l’Overlook perché è un alcolista, ed è un alcolista perché a sua volta è stato un figlio infelice ed è un uomo fragile e spaventato dalla sua stessa rabbia. Prima di diventare il “Dottor Sonno”, Danny passa attraverso la stessa paura e vive la stessa fragilità:  non solo perché, finita la terribile avventura dell’Overlook, alcuni dei suoi spettri sono tornati a fargli visita, ma perché quell’incontro finale, quel lampo in cui il padre riesce a dominare l’oscurità che lo ha imprigionato per tornare  a dimostrargli amore (e altro non dico: chi vuole rilegga Shining, senza guardare il film) pesa ancora sul suo cuore.  Sarà un bambino a suscitargli l’orrore verso se stesso e la sua esistenza allo sbando. Sarà un’adolescente, Abra, a restituirgli il senso e il fine della luccicanza e a portarlo a un’ulteriore, definitiva riconciliazione col suo essere figlio e il suo essere, sia pure non carnalmente, padre.
Doctor Sleep è questo e altro. Chi ama il vecchio tocco kinghiano vi ha ritrovato i ritmi serratissimi negli scontri con i vampiri psichici del Vero Nodo, che trovano nutrimento nella luccicanza e in chi la possiede. Chi predilige il King della maturità con la sua capacità introspettiva e la malinconia che fu de La storia di Lisey (ma anche di 22/11/63 e soprattutto di Joyland) ha di che goderne: Rose Cilindro e i suoi seguaci sono, sì, villain, ma sono anche antagonisti sdruciti, crudeli ma infelici, relitti che percorrono le strade americane in camper esattamente come altri reduci di bei tempi andati. Fanno paura, e fanno anche pena: e il duello mentale fra la giovanissima Abra e Rose lascia anche un lievissimo moto di empatia verso la seconda, che non è semplicemente una regina nera sfavillante di perfidia, ma anche un’ombra che si intuisce destinata a svanire (magari è un azzardo, ma ci si potrebbe intuire che quel Nero-contro-Bianco che caratterizza, per dire, Salem’s Lot, oggi non ha più senso, e che anche i cattivi ormai sono almeno un po’ grigi). Poi ci sono le zampate di King, quelle che ti stringono il cuore di lettore, come il tocco di Danny che allevia il passaggio dei morenti: perché a questo serve (anche) la luccicanza, a rendere meno dolorosa la morte, a dare serenità a chi attraversa i mondi, a stemperare la paura di andarsene, che è il motivo stesso per cui di paura si scrive. Valgono, da sole, il libro.

Cosa c’è di tutto questo nel film? Poco o niente. E, da qui, in poi, SPOILER a caratteri maiuscoli, quindi non andate avanti se siete fra coloro che stramazzano in caso di anticipazioni.

Primo: il film non si ispira tanto al romanzo quanto al film di Kubrick che, come sappiamo, tradisce fortemente lo spirito del libro. E lo fa, da quanto si intuisce, proprio per riparare la ferita, e girare uno Shining come lo avrebbe voluto King. Però è dura mettersi a cimento con Kubrick: e dunque le prime scene con il piccolo Dan Torrance sul triciclo, stesso tappeto e stessa inquadratura, esibiscono la diversità di mezzi, tecnici e produttivi, e le ricercate somiglianze con gli interpreti di Wendy, Dick, dello stesso Jack Torrance risultano deprimenti più che evocative.
Secondo: tagliare via una cospicua fetta della storia (la magia bianca della nonna di Abra, il bambino del baseball che contagia il Vero Nodo col morbillo) non aiuta, così come non aiuta la mancata caratterizzazione di Abra stessa, dalle prime manifestazioni dei suoi poteri e della sua empatia (Abra neonata si dispera in pianti inconsolabili nel giorno dell’attacco alle torri gemelle), al suo essere, però, una ragazzina come tante, che nei suoi sogni si immagina come Daenerys Targaryen (quando ancora cavalcava un bianco destriero, e non draghi).
Terzo: quel che è imperdonabile è prelevare il finale di Shining (romanzo) per trapiantarlo nel finale del film. E dunque Dan muore come è morto suo padre nel libro, armeggiando con la caldaia dell’Overlook e bruciando con lui. Non c’è nessuna riappacificazione tra padre e figlio, non c’è, come c’è in Dr. Sleep (romanzo) quando lo spettro di Jack risulta decisivo per la sconfitta di Rose Cilindro, né c’è la parentela rivelata fra Dan e Abra che conferisce al primo una possibilità di cura e accudimento, uno scopo ulteriore oltre all’accompagnamento dei morenti attraverso la soglia. Non c’è, soprattutto, il contenimento dei poteri di Abra, che è faccenda a cui King tiene (si pensi al finale di Rose Madder).
C’è solo una storia che grossomodo fila e che continua a riferirsi a Kubrick, senza poter essere Kubrick. La sensazione è che il regista Mike Flanagan abbia semplicemente riparato un antico torto: ma è un peccato, perché senza la zavorra dei verdi velenosi e delle cascate di sangue di Shining poteva prendere un’altra strada, e reinventare, proprio come il romanzo fa. Buono per una serata senza pensieri, pessimo per una kinghiana esigente.

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