BOLIVIA A UN PASSO DALLA GUERRA CIVILE, INDIGENI TEMONO PULIZIA ETNICA

DI FRANCESCA CAPELLI

La Bolivia a un passo dalla guerra civile, le città di La Paz, El Alto e Cochabamba nel caos, violenze e minacce ai giornalisti stranieri accusati di “sedizione”: ossia, di informare sulle violenze in corso. Varie troupe tv argentine si sono dovute rifugiare in ambasciata, comprese quelle dei canali di destra, che non possono certo essere accusati di aver fatto propaganda a favore di Evo Morales in questi anni. “Non possiamo garantire la sicurezza per nessuno” ha affermato l’ambasciatore argentino.
Il parlamento, riunito lunedì senza il numero legale, non ha mai accettato e ratificato le dimissioni di Morales (che è ancora capo di stato) e del suo vice, Álvaro Linera. Ma al loro posto si è autoproclamata presidente a interim Jeanine Añez, esponente dell’estrema destra, che ha prestato giuramento sulla Bibbia (www.alganews.it/2019/11/13/evo-e-il-suo-vice-arrivano-in-messico-la-bolivia-resiste/?fbclid=IwAR1EQvmQ8h7wk3-Ubq2-7vM73gVTDv74Clh8Wm9F9gCMlD8K7K6yVWNh6ag).
“Dio ha permesso che la bibbia entrasse di nuovo nel Palazzo del Governo” ha dichiarato. Se per gli osservatori occidentali può sembrare un dato di colore e una frase di pessimo gusto, per le popolazioni indigene boliviane equivale a una dichiarazione di guerra. Per loro la bibbia è stata, storicamente, un dispositivo di oppressione: è il simbolo della conquista coloniale, dell’evangelizzazione forzata del paese, della depredazione di terre, risorse, materie prime. Ieri, l’oro delle miniere di Potosí. Oggi, il litio che alimenta le batterie di cellulari, computer, auto elettriche (www.alganews.it/2019/11/13/bolivia-il-golpe-del-litio/).
“Gloria a Dio, gloria a Dio, gloria a Dio!” ha ripetuto ossessivamente la presidente provvisoria, che aspettava forse questo momento dal 2009, quando la nuova Costituzione ha fatto della Bolivia un paese laico. E contemporaneamente ha riconosciuto 36 nazionalità indigene, con tutto quello che ne consegue a livello di diritti politici, linguistici (per esempio nelle scuole) e di proprietà della terra.
Ora la grande paura è la pulizia etnica. Lo scontro in atto in Bolivia non è solo tra la destra e la sinistra tradizionali, ma tra una popolazione bianca che per secoli ha costituito la classe dirigente e i nativi che, per la prima volta con Evo Morales, 15 anni fa, hanno avuto accesso alla vita politica e alla redistribuzione del reddito. Ma la caccia alle streghe è stata annunciata anche contro tutti i venezuelani e cubani presenti nel paese.
Se guerra civile sarà, i primi a pagarne le conseguenze saranno i  più deboli: campesinos disarmati, donne, bambini.
Nel frattempo, sono arrivati a La Paz dall’altipiano i ponchos rojos (nella foto), un’organizzazione indigena fedele a Evo Morales. Sono armati e per ora la polizia non li ha fermati. Peraltro, questo era sempre stato il consiglio del venezuelano Hugo Chávez all’hermano boliviano, al fratello Evo: “Pacifici finché vuoi, disarmati mai”.
Cosa sta succedendo in America Latina? Da una parte le proteste in Cile contro le politiche neoliberiste del governo, a cui fanno seguito contemporanee manifestazioni in Honduras, Guatemala e Haiti. Dall’altra, il golpe in Bolivia, una doccia fredda in una tornata elettorale senza sorprese, per la quale tutti i sondaggi avevano previsto un’ampia vittoria di Evo Morales che, nella peggiore delle ipotesi, sarebbe andato al ballottaggio.
Le conseguenze sono imprevedibili per tutta la regione, a cominciare dall’Argentina, che dipende dalle importazioni di gas boliviano per il 10 per cento del proprio fabbisogno energetico. Il nuovo governo argentino, che assumerà il potere a dicembre, si ritroverà stretto tra Brasile e Bolivia, con un Uruguay che, al ballottaggio, vedrà coalizzarsi (e vincere) i due partiti di destra. E avrà margini di manovra ancora più ristretti del previsto.