LA SVOLTA DELLA BOLOGNINA, BREVE STORIA DI UNA RIVOLUZIONE COPERNICANA

DI ALBERTO TAROZZI

La Bolognina, un quartiere che non esiste. Quanto meno nella suddivisione amministrativa odierna delle circoscrizioni della città di Bologna. Perché nella memoria e nel lessico dei bolognesi è sempre esistito, prima che venisse istituito come quartiere agli inizi degli anni ’60. E ancora esiste, nonostante nel 1985  sia stata accorpata nel quartiere Navile assieme ai precedenti quartieri Lame e Corticella.

Un quartiere simbolo della bolognesità e di una città “rossa”, ben descritta in alcuni discorsi di Palmiro Togliatti. In essi, sulla scia degli studi di Emilio Sereni, si prefigurava una composizione politica e sociale dell’Emilia rossa a potenziale egemonia operaia e comunista. Ma questo avveniva grazie ad un’operazione di taglio gramsciano che implicava un’alleanza vincente tra la classe operaia locale e fasce di ceto medio (artigiani, commercianti, agricoltori, impiegati, tecnici e intellettuali) tutte coinvolte in un progetto che emanava dall’intelligenza e dalla capacità di elaborazione del Partito Comunista.

In quale angolo del mondo ciò si realizzava meglio che alla Bolognina? Un quartiere interclassista, ma con robusti inserimenti di fabbriche come la Sasib e le Officine Casaralta. Una scuola media superiore di elevata qualità come l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani. Una eccellenza che garantiva contratti di lavoro al conseguimento del diploma a un’utenza identificabile coi figli di una classe operaia in vena di promozione sociale. Quando non, con la modifica della normativa scolastica, l’accesso all’Università per una fascia, sia pure elitaria, di figli di operai. Ma non si trattava solo di classe operaia. Numerose attività artigianali e di piccolo commercio. Tra di esse persino un settore di negozi di pelletteria messo in piedi da una comunità di emigrati dalla lontana Cina.

E anche i luoghi di socializzazione erano numerosi e gradevoli da fruire. Dal Dopolavoro dei Ferrovieri, con strutture sportive di avanguardia, all’Ippodromo, luogo di divertimento tradizionale della borghesia e di un ceto medio di commercianti. Legato peraltro ad una vecchia tradizione agricola e aperto nei primi anni, anche a chi voleva assitere alle corse dal “prato”, senza biglietto da pagare. Un luogo dove più o meno ci si conosce e si ha piacere di stare insieme.

Logica conseguenza un quartiere come organo di decentramento, ma anche di partecipazione politica, nel quale l’interesse alle questioni locali poteva essere oggetto di un confronto efficace e tale da influire, di tanto in tanto, sul processo decisionale. Secondo un’intuizione espressa da un intellettuale democristiano (Giuseppe Dossetti) subito ripresa dal sindaco comunista del dopoguerra, Giuseppe Dozza.

Sicuramente a tutto questo doveva pensare Achille Occhetto nel 1989, quando decise il luogo in cui emettere un proclama che doveva divenire “storico” e che alla storia passò come la “Svolta della Bolognina”. Il contenuto della svolta era semplice, ma anche copernicano (l’aggettivo fu di Occhetto). Il Partito avrebbe smesso di chiamarsi “Comunista” e per stabilire la continuità nella diversità la cosa ebbe a decidersi nel luogo dell’occidente che più comunista di così non avrebbe potuto essere.

Ne seguirono discussioni appassionate. Si trattava di un simbolo, ma non soltanto. Si trattava della caduta di un muro in termini di parole che cambiavano al cambiare di una situazione che, con ben maggiore fragore, doveva modificarsi in quel di Berlino.

Bologna e il comunismo alla bolognese, in linea coi tempi, voleva dire Occhetto. Chi era per il sì e chi per il no. Entrambi ritenevano giusto cambiare qualcosa, ma sul cosa cambiare pareva necessario dividersi. Agli uni come agli altri.

Ma la questione del nome, allora così forte, non si rivelò essenziale come forse apparve nei primi tempi. Certo fu il calcio d’inizio per una partita in cui il cambio delle strategie è ancora in corso. Qualcuno disse infatti che la sinistra si divideva sulle idee, mentre la destra si univa in base agli interessi. Venne il maggioritario e l’aspettativa di avere costruito una nuova egemonia si incrinò, sotto le spallate del berlusconismo.

Ma quello storico proclama, quella rivoluzione copernicana, vengono ancora evocati come la fine di un sogno cui avrebbe dovuto seguire un lieto risveglio. Quello in cui si sarebbe felicemente costruito qualcosa di diverso dal tradizionale progetto comunista. Pure qualche anno prima l’economista Claudio Napoleoni aveva avvertito che sarebbe stato prioritario progettare sì qualcosa di diverso dall’esistente, ma dall’esistente capitalismo.

Invece il capitalismo rimaneva lì e mentre il crollo dell’Unine Sovietica avrebbe presto dato il segnale di una sconfitta ben difficile da addolcire, quello che rimaneva in piedi era un mondo dove la finanza e il grande capitale continuavano a fare del male e a farsi del male, creando problemi che neppure nel loro interesse erano in grado di risolvere.

Sì, noi, i comunisti, avevamo perso. Ma loro, gli “altri”, non avevano vinto.