FORD CONTRO FERRARI: UN’EPICA SFIDA ALLA 24 ORE DI LE MANS. MA IL FILM PIACERÀ ALLE DONNE?

DI MICHELE ANSELMI

Forse era meglio il titolo originale, “Ford v Ferrari”, cioè Ford contro Ferrari; più diretto, legato alla vera posta in gioco: industriale e simbolica, benché tutta all’insegna del “fattore umano”. In ogni caso “Le Mans ’66. La grande sfida” di James Mangold è un film da vedere, per come è costruito, girato e recitato, per l’accuratezza della ricostruzione, anche per quanto suggerisce sotto lo spettacolone rombante, a 300 all’ora. Naturalmente piacerà più ai maschietti, anche se i due attori protagonisti, Matt Damon e Christian Bale, godono di un certo seguito, specie il secondo, presso il pubblico femminile.
L’episodio raccontato è autentico. Attorno al 1965, poco prima di lanciare sul mercato la mitica “Mustang”, uno dei giovani manager della Ford, Lee Iacocca, convince il gran capo Henry Ford II, detto “l’indiavolato” per i modi rudi, a osare l’impossibile: entrare nel mondo delle corse automobilistiche. Solo che la titanica Ford non possiede un team capace di tirar fuori una macchina con la quale sfidare le “rosse”, nemmeno nella categoria Gran Turismo.
“Dobbiamo pensare come la Ferrari” teorizza Iacocca, illudendosi di poter fare un accordo con l’anziano Ingegnere di Maranello a corto di fondi. Ma Ferrari sente puzza di bruciato, si rivolge a Gianni Agnelli per farsi finanziare, e a quel punto l’inferocito Ford decide di spendere un patrimonio per “seppellire la Ferrari”.
Pare facile. Ci sono solo nove mesi di tempo per mettere a punto quella che sarebbe diventata la mitica Ford GT-40, partendo da un prototipo inglese pieno di difetti tecnici. L’impresa, tempestata di ricatti, insidie e marce indietro, viene affidata a due uomini alquanto indisciplinati: l’ex pilota americano Carroll Shelby, appunto Damon, l’unico che fino ad allora avesse vinto le 24 ore di Le Mans; il pilota/meccanico inglese Ken Miles, cioè Bale, trasferitosi da anni in California dalla vecchia Europa.
Regista sempre interessante, Mangold rievoca con toni epici, pure da “buddy buddy movie”, la nascita di quella macchina da corsa in grado di portare la Ford nell’Olimpo dei grandi marchi sportivi; e proprio a Le Mans 1966, dopo le coppe a Daytona e Sebring, la GT-40 ebbe il suo trionfo, conquistando una tripla vittoria.
Più che a “Le 24 ore di Le Mans” con Steve McQueen, il film sembra guardare a “Giorni di tuono” con la coppia Tom Cruise-Robert Duvall, anche se ogni tanto fa capolino l’amarognolo “Linea rossa 7000” di Howard Hawks, interpretato da un giovane James Caan. Non a caso una frase che torna due volte recita: “C’è un momento, quando sei a 7000 giri al minuto, in cui tutto svanisce”. Nel bene e nel male.
S’intende che il film – a tratti enfatico, lungo due ore e mezza – gioca soprattutto sul contrasto tra le gigantesche mire commerciali della Ford e la nobile logica artigianale del piccolo team “Cobra”. Con lo scaltro Shelby a fare da mediatore, difendendo la propria autonomia creativa, mentre il “beatnik” Miles mette a punto il bolide che guiderà a Le Mans nella più defatigante delle tenzoni con le Ferrari guidate da Scarfiotti e Bandini.
Gli esperti del ramo si sono già esercitati nel cogliere incongruenze e semplificazioni, specie sul versante Maranello, anche se Remo Girone non sfigura nel ruolo di Ferrari; e comunque il film è americano, distribuito da una major come la 20th Century Fox, e quindi non può che raccontare “quel” punto di vista, con tutte le torsioni emotive del caso, inclusa l’armoniosa vita familiare del ribelle Miles (bella e brava la moglie incarnata dalla modella irlandese Caitriona Balfe).

La recensione di Michele Anselmi per Siae