MORTE A VENEZIA: DAL MUTISMO SULL’AFFAIRE MOSE A QUELLO SUL GLOBAL WARMING

DI MARCO MILIONI

Quello che è capitato nella laguna della città di Marco Polo con «l’acqua granda» di questi giorni è difficilmente commentabile. Tantissimo è stato scritto, molto era stato previsto, tutto si è avverato. Dall’inutilità del Mose, alla gestione dei finanziamenti per le opere la mangiatoia «made in Venice» è durata decenni abbracciando imprese, partiti di destra sinistra e centro, settore bancario, magistratura, forze dell’ordine, servizi segreti, ambienti alto di gamma del mondo ecclesiastico: di tutto e di più. Le inchieste giudiziarie, monche e tardive peraltro, hanno scoperchiato alcune, poche per vero, pignatte di malaffare. Di più hanno fatto alcuni libri e alcune inchieste giornalistiche. A Roma, a metà degli anni Duemila, nel silenzio più assoluto, un magistrato coraggioso della sezione centrale della Corte dei conti, Antonio Mezzera, aveva già delineato, in nuce, lo scandalo.

La politica e la magistratura non fecero nulla. Come non fecero nulla di fronte al grido d’allarme lanciato dall’allora sindaco di Venezia Massimo Cacciari, il quale in autorevole compagnia aveva spiegato come il Mose fosse soltanto un pozzo di San Patrizio. Allo stesso modo le argomentazioni dell’Unesco contro il Mose che costava troppo e non serviva a nulla, furono buttate a mare. Quel mare che oggi si vendica dell’ignavia di troppi veneziani, ma non di tutti: di troppi italiani, ma non di tutti.

I mille magnificatori del Mose da destra a sinistra dal centro al nord al sud «da Silvio Berlusconi a Romano Prodi» come li ha ricordati uno a uno proprio Cacciari su La7 davanti ad una accigliata Lilli Gruber sono ancora lì. «Il bottino» del Mose, otto miliardi di euro, è finito in troppi rivoli e oggi l’opera, che doveva essere pronta nel ’95 è ancora un aborto subacqueo. Le cerniere si arrugginiscono, le pompe non pompano. Le paratie come membri maschili afflosciati e bisognosi di Viagra non si drizzano. Gli ingegneri in questi anni hanno fatto una scoperta incredibile. L’acqua del mare è salata e corrode il metallo e la salsedine incrosta. Una cosa inaudita, immorale, da citare il Creato per danni. «La manutenzione ordinaria e continua» che per «un’eternità» ha assicurato la sopravvivenza di Venezia era cosa «da poareti»: ci voleva un salto in avanti «tennico e modderno» che in trent’anni ha ridotto una storia millenaria allo stato di cesso intasato.

Le imprese che in regime di monopolio operavano in quel contesto, ora che il rubinetto supremo del Mose sta esaurendo il suo flusso, chissà perché, stanno navigando in acque agitatissime. E c’è di più. Dovesse mai entrare in esercizio manutenzione e danni di conformità dovranno essere pagati dalla collettività. Questo lo stabilisce non un accordo capestro firmato da istituzioni più o meno distratte, più o meno malandrine. Questo lo stabilisce una legge dello Stato che risponde al nome di legge speciale per Venezia. «Un abominio giuridico che prostituisce la Costituzione a beneficio e nel nome di poche mangiatoie private e partitocratiche» ebbe a dire più volte il professor Renato Ellero, veneziano già docente di diritto penale all’Università di Padova.

Ma la cosa più avvilente è con «quel bottino», come lo chiamano gli attivisti veneziani che non vogliono ridursi a figuranti in una Disneyland lagunare acquistata dagli hedge fund stranieri, gli alfieri del partito degli affari si sono comprati tutto: la voce autorevole dell’università, le voci dissonanti nei partiti e nelle associazioni. Terribile è stata poi la deriva sviluppista che il sindacato veneto a partire da Fillea-Cgil, ha imposto alla narrazione di un Mose visto e declamato per anni come vanto tecnologico impareggiabile. E impareggiabile lo è stato, ma solo per i costi. Ma tant’è: la corruzione morale è stata molto più micidiale di quella accertata nelle timide aule penali veneziane.

Adesso i gran maestri del fare invocano altre leggi speciali, altri fiumi di danaro pubblico. In queste ore si parla di commissario straordinario per Venezia. E come i cani di Pavlov le schiere prime, seconde, terze ed ultime del potere hanno ri-cominciato a salivare: la cavitazione della spesa allegra è dietro l’angolo. La museruola sta per essere nuovamente gettata in canale, il boccone è nuovamente a portata di fauce, l’appalto universale è in forno. Se il premier Giuseppe Conte vuole seppellire quel poco di Venezia che è rimasto in laguna si prepari a nominare «un Capataz» comunale o regionale quale commissario governativo per l’emergenza. Così ogni ultimo orpello di legge a tutela di un luogo unico al mondo sarà definitivamente rimosso. Le grandi navi potranno entrare direttamente nella cripta di San Marco. I bed & breakfast abusivi potranno essere ospitati anche nelle paratie del Mose. I turisti poveri potranno essere immagazzinati in ostelli silos a Mestre con vista su un negozio di magliette «Veniceland». Oppure a Marghera sulla Banchina dell’azoto, vicino a qualche tugurio in cui abitano i bengalesi abusivi che saldano abusivamente le murate delle grandi navi o vendono abusivamente giocattoli abusivi a chi esce dalla stazione in piazzale Roma. Invece, se Venezia vuole ricominciare ad alzare la testa anzitutto al prossimo ed imminente referendum deve separarsi dalla terraferma che la angustia.

«Una domanda: ma perché, perché non insorgete contro i vostri governanti? Contro le navi che vi invadono? Contro questa marea che vi sfigura? Basta. Cacciateli, vi distruggono… gettateli in mare…». Sembrerebbe di ascoltare una sfuriata di Giorgia Meloni contro gli sbarchi. E invece è la voce di Enzo Bianchi, già priore della comunità monastica di Bose, che se la prende contro le prevaricazioni del Mose a danno dei veneziani. Ed è in questo frangente che si nota l’assenza dal panorama della sinistra. Quest’ultima punta l’indice contro l’avanzata del leader leghista Matteo Salvini in Emilia e lì concentra le sue forze dal passo ambiguo lasciando sguarnito il disastro e le morti di Venezia. Il motivo è semplice.

Salvini è il portatore d’acqua degli stessi poteri cui per decenni si è inchinata la sinistra, specie riformista. Il leghista è maggiordomo degli stessi «schei» cui i maggiordomi di sinistra si sono ugualmente «appecoronati». Loro coi Rolex, lui con la Nutella a portata di tweet. Ma Salvini vince perché la sua scalata al potere è più becera: più al passo coi tempi. La sinistra lo sa ma poiché affrancarsi da questo servaggio (il che vale anche per la destra) comporta l’abiura nei confronti dell’azionista unico universale allora il suo destino è compiuto. La strada del suicidio è stata scelta scientemente perché è il potere ad avere così disposto visto che l’interfaccia destrorsa oggi meglio si presta a far rimanere gli oppressi, molti dei quali non sono migliori di chi li opprime sia chiaro, al loro posto.

Ora se il premier Conte volesse ribellarsi a questo andazzo potrebbe cominciare dal commissario. C’è un signore, si chiama Ermasmo Venosi, che alcuni suoi amici nel M5S veneto conoscono bene. È uno dei massimi esperti di questioni ambientali nel nostro Paese. Il capo dell’esecutivo nomini lui come commissario straordinario per Venezia, faccia in modo che ope legis al commissario siano forniti poteri di veto su molte delle materie comunali nonché regionali vedrà che la Laguna potrebbe cominciare a rifiorire. Ma non si fidi di quella parte, purtroppo maggioritaria, del M5S che da anni, più o meno sotto traccia, ha abbracciato il credo sviluppista. Quei signori da tempo sono de facto in scia all’ex governatore azzurro Giancarlo Galan, all’ex sindaco di Venezia il dem Paolo Costa, all’attuale sindaco di Venezia, il fuchsia Luigi Brugnaro, all’attuale governatore leghista Luca Zaia.

Intanto mentre i telegiornali trasmettono il mantra dei rovesci che hanno colpito, nessuno dice perché, la laguna, il gotha della politca nazionale, regionale e veneziana ben si guarda dall’accendere un fanale contro uno dei veri responsabili di questo disastro che è il riscaldamento globale indotto dall’eccessivo peso delle attività umane. Greta Thunberg , da chi la detesta e da chi la blandisce come strumento di marketing, è già stata archiviata. Il che non depone bene nemmeno nei confronti dei suoi seguaci che ormai sembrano seguire più una moda o un calcolo di convenienza che la strada della resipiscenza ambientale.

C’è un ultima postilla da scrivere. Il magistrato solitario Mezzera dopo aver visto giusto sulle storture del Mose alcuni anni fa ha dipinto l’altro magnum opus del Nordest, la Superstrada pedemontana veneta, come una sorta di potenziale buco nero. Un buco nero che potrebbe reificarsi sia nella terra che fu della Serenissima, sia nel bilancio di palazzo Ferro Fini. L’opera è ancora da finire ma i chiari di luna fanno spavento. Ecco, sarebbe sgradevole fra una decina d’anni dover scrivere ancora le stesse cose: magari dopo qualche alluvione in un Veneto già imbragato in una infinita camicia di cemento, o dopo un qualche colossale scandalo di bilancio. Prima il Mose, poi la maxi contaminazione da Pfas, poi i crac delle ex banche popolari, poi la Pedemontana: e il silenzio è sempre lo stesso. Non è che i veneti adorino segretamente coloro che da anni impunemente li deflorano?