CHI HA PAURA DELL’EX MINISTRA TRENTA?

DI GIANLUCA CICINELLI

Alla fine l’ex ministra ha riconsegnato la casa. Trenta si è arresa: “Traslocheremo, mio marito ha già presentato la rinuncia”. Ma l’ombra del TRAPPOLONE, del regolamento di conti in casa 5 stelle, si proietta su questo presunto scandalo che ha colpito l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta. Nessuno può contestare l’assoluta legalità dell’assegnazione della casa al termine del mandato come ministra dell’esponente grillina. E infatti nessuno glielo contesta, in casa M5S le viene contestata la “moralità” della cosa con un post sul blog pentastellato. Proviamo allora a ricostruire questa ritrovata moralità a orologeria di un movimento che continua ad annoverare tra le sue fila deputati che hanno falsificato, ammettendolo, i bonifici con cui avrebbero dovuto restituire i rimborsi da parlamentari, e di ministri che hanno promosso i propri amici del bar sotto casa a consulenti ministeriali con stipendi intorno ai centomila euro annui. Perché se esiste una moralità a 5 stelle dovrebbe valere per tutti e invece la mannaia dei novelli Savonarola, tendenza Casaleggio, si è abbattuta soltanto su Elisabetta Trenta e proprio, guarda il caso, in un momento di delicato rinnovamento interno, che mette in discussione il ruolo di capo politico di Luigi Di Maio.

Trenta viveva fino a oggi in un appartamento di duecento metri quadrati a San Giovanni, centro di Roma, pagando 545 euro al mese. L’appartamento però le era stato assegnato nella sua funzione di ministra della Difesa, come rappresentanza, avrebbe dovuto restituirlo entro tre mesi, ma le è rimasto con un escamotage, discutibile ma assolutamente legale, come abbiamo potuto verificare con un controllo presso l’amministrazione del ministero della Difesa. L’appartamento è oggi assegnato al marito dell’ex ministra, maggiore nell’esercito, che dopo il demansionamento dovuto alla nomina della moglie a ministra della Difesa è stato in seguito riqualificato e adesso ha un incarico di prima fascia, incarico per il quale è prevista l’assegnazione di un alloggio del medesimo livello di quello che era stato assegnato alla moglie in quanto ministra. Il marito, Claudio Passarelli, ha chiesto quindi un alloggio di servizio e per evitare le spese di trasloco, che sarebbero state a carico dell’Esercito, così gli è stato riassegnato l’appartamento in precedenza già nell’utilizzo della moglie. Parliamoci chiaro, il fatto può non piacere, ma, nonostante la Procura militare abbia aperto un fascicolo, una fonte interna all’amministrazione della Difesa ci conferma che nessuna regola è stata violata. Va detto che Trenta ha una casa di proprietà al quartiere Pigneto di Roma e il marito ne possiede un’altra in Molise. La tempistica però del presunto scandalo è molto curiosa. Trenta è decaduta da ministra della Difesa il 5 settembre 2019 e avrebbe tre mesi per riconsegnare la casa anche se l’avesse definitivamente lasciata.

La notizia esce però sulla stampa pochi giorni fa, quando sono passati due mesi. A rendere curiosa la coincidenza c’è invece un’altra informazione che esce una settimana fa su Trenta. Dalle colonne del Giornale il giornalista Luca Fazzo, licenziato da Repubblica perché dalle intercettazioni nell’inchiesta sul rapimento di Abu Omar si apprese che informava i funzionari del Sismi dell’operato dei cronisti giudiziari di largo Fochetti, tira fuori dagli schedari un documento che riguarda Trenta. L’ex ministra è stata bocciata, apprendiamo da Fazzo, nei test finali per diventare dipendente dei servizi di sicurezza. Il documento è riservato ma il nome di chi lo pubblica garantisce che la fonte è interna ai servizi. Una manina, o manona, ha deciso di rendere pubblica la pratica che Trenta inoltrò all’Aise, l’ex Sismi. E il motivo per cui esce la notizia non è quello apparente di mettere in ridicolo Trenta, come pure tra le righe si può leggere. Perché quel test lo hanno fatto con esito negativo centinaia di persone, dunque non c’è niente di male a non aver passato la selezione. La ragione è un’altra anche se il collegamento è assai labile: lo scandalo Mifsud. Perché a capo dell’Aise quando Trenta non passa la selezione è Alberto Manenti, lo stesso militare che è al comando, scrive Il Giornale, “quando i servizi americani chiesero l’aiuto italiano per frenare la corsa alla presidenza di Donald Trump, e che nei giorni scorsi La Verità ha indicato (Manenti, ndr) come il suggeritore della scomparsa di Mifsud”. E siccome il professore maltese Joseph Mifsud, uomo chiave del Russiagate, è accreditato come docente alla Link Campus University nonostante alla fine non vi abbia mai insegnato, e visto che Elisabetta Trenta è stata vicedirettore fino al 2018 del Master in Intelligence e Sicurezza presso la Link Campus University, ecco che l’operazione per screditare Trenta,  pur senza alcuna prova o indizio concreto, è avviata e procede a vele spiegate. La velina parte dall’interno del servizio segreto per l’estero, quello che per la sua struttura stessa di controspionaggio è più legato al ministero della Difesa gestito per oltre un anno da Trenta. A chi ha pestato i piedi durante il suo incarico l’ex ministra della Difesa per meritare l’ondata di fango che le sta arrivando addosso e di cui stiamo chiarendo lentamente la natura?
Dobbiamo fare un altro passo indietro per capirlo.

Durante il primo governo Conte, quello con la Lega, la tensione tra il premier e la ministra raggiunse un punto di allarme quando la ministra nominò a Capo di Stato Maggiore della Marina Giuseppe Cavo Dragone anziché il prediletto e già consigliere militare del premier Carlo Massagli. Ma Trenta durante il suo incarico è stata accusata più volte di essere troppo “pacifista” per quel ruolo e questo non è affatto piaciuto alle alte sfere degli ufficiali, primi tra tutti, sostengono fonti bene informate del ministero della Difesa, il capo di Stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli e il generale Claudio Graziano, attuale presidente del Comitato militare dell’Unione Europea, che aveva preceduto Vecciarelli nel ruolo. La testa di Trenta fu anche la prima a essere reclamata da Salvini durante la crisi che portò M5S al cambio di maggioranza di governo, a causa della contrapposizione con la ministra sulla gestione dell’emergenza immigrazione. Una gestione, quella della Difesa, che non piaceva nemmeno a Luigi Di Maio, che non si spese minimamente in favore di Trenta quando si trattò di nominare la delegazione pentastellata per il nuovo governo con il Pd. In quell’occasione Trenta scelse il silenzio pur di non contrapporsi apertamente a M5S, ma il suo dissenso dalle scelte di Conte e Di Maio non era nemmeno tanto mascherato. Già il 5 settembre scorso infatti l’ex ministro in un’intervista a laleggepertutti.it avvisava “Stanno mettendo in giro cose strane sul mio conto”. Ciò che colpisce è che il fastidio accumulato dai vertici militari e dai leader M5S contro Trenta quando era accusata di essere un ministro “Peace and Love”, definizione che Trenta non ha mai rifiutato, sia esploso dopo la sua fuoriuscita dal palazzo di via Venti Settembre.

Qualcuno quindi con appoggi interni ai servizi segreti e alla Difesa deve aver pensato che Elisabetta Trenta potesse essere il capro espiatorio perfetto dentro i 5 stelle per la crisi seguita alla rottura della maggioranza con Salvini e all’esterno nello scandalo Mifsud-Russiagate, sul quale la linea di difesa del premier Conte, nelle sue dichiarazioni pubbliche, fa acqua da tutte le parti.
Al popolino invece è stata offerta per la sua giubilazione politica la comoda spiegazione della mancanza di moralità per la casa pubblica a basso costo occupata a Roma. La macchina del fango ha colpito duro nel tentativo di eliminare dalla scena politica l’unico ministro della Difesa che ha tentato di rendere più democratiche le forze armate, riconoscendo il primo sindacato dei militari, fatto inedito in Italia e in parte dell’Europa. Nei prossimi giorni sapremo se riuscirà a superare indenne anche questa battaglia.