CALOPRESTI TORNA NELLA CALABRIA ANNI 50, “TERRA DEGLI ULTIMI”

DI MICHELE ANSELMI

CALOPRESTI TORNA NELLA CALABRIA ANNI 50, “TERRA DEGLI ULTIMI”
MISERIA, SFRUTTAMENTO, VIOLENZA (RUBINI NON SI PUÒ VEDERE)

La recensione di Michele Anselmi per Siae
Era dal 2015 che Mimmo Calopresti, 64 anni, calabrese di Polistena trapiantato a Roma, non girava un film vero e proprio. Se con “Uno per tutti” era salito fino a Trieste, con “Aspromonte – La terra degli ultimi” scende dalle sue parti per raccontare “una favola arcaica color fango e miseria, un racconto simbolico e nostalgico”, come scrive Paola Casella. Un po’ è così, in effetti, e certo la musica di Nicola Piovani in stile “La vita è bella” (ma sono tutte uguali, purtroppo) rafforza la strana sensazione, non so quanto migliorando le cose sullo schermo.
Si vede che il regista di “La seconda volta” ha preso una storia di ieri, tratta dal romanzo “Via dell’Aspromonte” di Pietro Criaco, Rubbettino Editore, per dire qualcosa sull’oggi, come se la dura vita dei “cafoni” di Africo, in quel 1951, prima che un’alluvione sommergesse il paese sull’Aspromonte rendendolo “fantasma”, fosse metafora di un sogno di riscatto: popolare, universale, local e global allo stesso tempo.
Bisogna riconoscere che il film, nelle sale da giovedì 21 novembre con la Iif dei Lucisano, sfodera un vigoroso incipit: il popolo di Africo scende compatto alla “marina” e irrompe nel palazzo del prefetto. Vuole subito un medico. Lassù, sull’Aspromonte, si vive di stenti, in pieno Ottocento, non c’è luce elettrica, tanto meno l’acqua corrente, si muore di parto e i bambini dissodano la terra con i genitori.
In questo contesto gramo arriva da Como una maestrina bionda animata dalle migliori intenzioni, emotivamente infelice, vista con sospetto perché fuma, ma decisa a riportare i ragazzini nella sgarrupata classe. E se il “poeta” locale Ciccio, tra un verso e l’altro, prova a costruire con le pietre “un bel posto per morire, non per vivere”, presto cupi eventi funesteranno la piccola comunità. C’è un cattivissimo ’ndranghetista ante-litteram, Don Totò, che spadroneggia su un cavallo bianco, armato di fucile, dedito a godersi la moglie di un povero cristo; e intanto, cercando di sfuggire all’occhiuta sorveglianza dei carabinieri, i due indocili Cosimo e Peppe decidono di costruire una strada per rendere il paese meno isolato dal mondo, per rompere quella catena di sfruttamento, miseria e ignoranza.
Il tono generale è vagamente da “opera dei pupi”, poi c’è un sguardo etnografico/antropologico desunto dagli studi di Alberto Maria Cirese, più qualcosa di “La strada lunga un anno” di Giuseppe De Santis, “In nome della legge” di Pietro Germi e “Il figlio di Bakunin” di Gianfranco Cabiddu. Tuttavia questa ricchezza di suggestioni non basta a riscattare il film: certo sincero, affettuoso, ma schematico sul piano delle psicologie, troppo urlato nelle scene madri, pure un po’ slabbrato nell’incidere degli eventi tragici. L’omaggio alle radici calabresi, di Calopresti e dell’anziano produttore Fulvio Lucisano pure attore a sorpresa nell’epilogo, resta insomma più detto che rappresentato; e anche gli attori, alcuni dei quali parlano in dialetto stretto, paiono impegnati più a travestirsi che a recitare. Nel cast figurano Marcello Fonte, Marco Leonardi, Francesco Colella, Valeria Bruni Tedeschi, Francesco Siciliano, Romina Mondello, anche Elisabetta Gregoraci senza trucco; quanto al Don Totò incarnato da Sergio Rubini non ci sono parole per descriverlo.

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