MIDWAY. TRA MARE E ARIA IL FILM DI GUERRA COME UNA VOLTA

DI LUCA MARTINI

Se penso ai vecchi film di guerra che vedevo da ragazzino, titoli come Il giorno più lungo (1962), lunghissimo pure al cinema, corale e in severo bianco e nero, li ricordo come trionfalistici semi documentari, fatti per spiegare la guerra mondiale a chi non l’aveva combattuta, oppure vissuta.

Era la guerra, anche, degli schematici fumetti della collana Eroica e poi Super Eroica, editi dalla Dardo e importati dal 1962 e dal 1973 dall’Inghilterra, anche se i miei preferiti appartenevano a una serie leggermente più avventurosa, e meno cupa, RAF, edita Bianconi, che non ho mai più trovato alle fiere di comics: RAF come Royal Air Force, naturalmente.

Ho ripensato a questi lontani trascorsi tra un bombardamento e l’altro di Midway, il kolossal di Roland Emmerich (1955). Quasi che il film contenesse nella quadratura un po’ teutonica – Emmerich non è un poeta né un visionario – il germe del war movie che fu. Più patriottico, meno frivolo.

Infatti, è capitato poi che la guerra dei “film nuovi”, girata con le diavolerie più sorprendenti, buttasse pure noi spettatori sulla spiaggia di Omaha sotto il fuoco nemico, come nell’esemplare incipit di Salvate il soldato Ryan (1998) di Steven Spielberg. Il che ha fatto registrare un upgrade al war movie: esce dalla storia come materia di studio e si reinventa come pura vicenda spettacolare. Spettacolo. Individuale. Ecco che la forma cambia il contenuto. Espelle dalla guerra rappresentata il quasi docu e le tavole didascaliche di Super Eroica.

Queste due modalità di racconto si combattono per un attimo nel solenne Midway, ma vince subito la prima, mettendo la sofisticazione moderna alla mercé della precisione storica, non priva tuttavia di rozzezze: Midway è una battaglia cruciale combattuta su una sceneggiatura priva di fronzoli come i bigini e i fumetti di una volta.

Per rendere il clima emozionale, Emmerich ha bisogno di buoni personaggi. I quali, venendo prima degli effetti speciali, si dividono in funzioni narrative e incarnano tipi caratteriali diversi e precisi. Quelli che servono ci sono tutti: il pilota coraggioso, a cui di morire non importa niente, e quello riluttante, il militare sgobbone che studia dietro le quinte e quello che non molla la prima linea neanche se è ferito, il generale giapponese pazzo fanatico e quello civile e razionale (Yamamoto, che tanto perde): e le gesta di tutti si esplicano nitide in quell’assoluta resa dei conti, che si combatte tra l’acqua e il cielo, da Pearl Harbour a Midway appunto.

Emmerich, europeo di Hollywood, perpetua la solida grammatica dei suoi Indipendence Day o di The Day After Tomorrow, con spirito manicheo e gusto tattico per la catastrofe sfiorata. Gli attori gli danno spago, spartiti tra giovani e volonterosi, con in pole position il pilota Dick Best/Ed Skrein, ex cattivo di Deadpool con un passaggio in Game of Thrones, e Nick Jonas dei Jonas Brothers; e facce autenticamente navigate (è il caso di dirlo) come Aaron Eckhart, Patrick Wilson, Woody Harrelson – con parrucchino bianco – e Dennis Quaid. Alla fine, ognuno è da applaudire nei titoli di coda alla presenza in foto del vero militare che impersonava. Perché Emmerich vuol confermarci che lui, in modalità Giorno più lungo, ha filmato proprio il vero.