VESPIGNANI E LE PERIFERIE. L’ARTISTA VEDE DOVE NON VEDIAMO NOI

DI MARIO RIGLI

Si è parlato a iosa di “periferia” e di “periferie” in questi giorni. Molto spesso a sproposito, molto spesso cercando di cavalvare il problema a proprio uso e consumo . Io non ne ho parlato, se non marginalmente, è proprio il caso di dire in maniera periferica. Volevo starmene fuori da un problema drammatico, dove malesseri, ingiustizie sociali, si fondono in una sorta di rifiuto esistenziale e sociale. Ne voglio parlare invece stasera, non ne posso fare a meno e colgo l’occasione di parlare di un mio grande amico pittore Renzo Vespignani. Voi sapete che ne parlerò in maniera atipica, fuori di qualsiasi coro che è stato intonato in questi giorni.Certo che è colpa della politica se le periferie sono a questo livello di degrado, certo che è colpa delle amministrazioni malate. Certo che è colpa della gestione delle case popolari e delle infiltrazioni malavitose per occuparle o farle assegnare a chi non ne ha diritto.

Certamente. Ma le colpe arrivano molto da lontano. E le colpe sono ideologiche e financo culturali. Negli anni 50 e 60 quando un ideologia collettivista la faceva da padrona e c’era la voglia e il desiderio di dare la casa a tutti, desiderio nobile, ma spropositato rispetto alle risorse disponibili e rispetto anche ad ad una vita diversa che doveva essere migliore e con più qualità che si tralasciò completamente rispetto al possesso del mattone. Nessun paese al mondo ha le nostre percentuali di possessori di case, ma quali case? dico io. Si cominciò con un assecondamento culturale di architetti prezzolati ed incompetenti a teorizzare un certo tipo di abitazione. Si concettualizzò una casa obbrobrio. Condomini di decine e decine di inquilini, case tutte uguali e senza personalità, Scatole e parallelepipedi messi a fianco e uno sopra l’altro. La bellezza calpestata senza problemi. E neppure cambiò quando gli architetti cercarono di modificare la veste esterna, si teorizzarono le “vele”. Sic! le vele sono fatte per solcare il mare o volare come gli aquiloni, sono fatte per navigare non per sguazzare nel fango. I materiali adoperati hanno fatto la lor parte, del resto il prezzo doveva essere di un certo tipo. Ma la politica è stata latitante da questo problema, o se ci è entrata lo ha fatto come sempre per i consensi, attribuendo ad arte le case popolari e l’edilizia convenzionata.

Ma c’era anche chi diceva altro. Ma non erano politici, non erano amministratori. Erano gli artisti, i pittori, i poeti. Certo il loro ragionamento era solo di intuito, di sentire, di cuore, era un disagio interno di fronte a certe realtà. Ma i poeti e gli artisti anche se vedono lontano, o meglio intravedono qualche barlume lontano, non hanno credito. Vivono troppo nelle nuvole, rincorrono sogni inesistenti senza pensare alla realtà. Eppure certi passaggi di Pasolini, certe immagini di Vespignani vedevano in maniera più che chiara. E’ palpabile il disagio che si avverte nei dipinti di Renzo Vespignani. Siamo negli anni 50!Le sue periferie polverose ed asfittiche mettono angoscia, ci danno la misura della loro impossibilità ad essere fecondate dall’uomo. Quale sentimento, anelito può avere ospitalità in tali agglomerati suburbani? Quando ne parlavo con Renzo, teorizzava anche i concetti, mi diceva che non era possibila la vita, a lungo andare, in certe periferie. E di pingeva, dipingeva per dire del suo dentro, aveva a cuore l’uomo e lui non aveva che quel mezzo. Ma, i poeti, i romanzieri, i pittori, gli scultori, i musicisti sono brutte bestie, nessuno da loro retta, anche se tutti accettano la bellezza delle loro opere e negano allo stesso tempo il messaggio e il contenuto che è insito in quelle. Allora non vale qualche volta dire meno piedi per terra e più testa fra le nuvole?