SUDAMERICA IN LOTTA: L’ONDATA DELLE PROTESTE ARRIVA IN COLOMBIA

DI FRANCESCA CAPELLI

E ora tocca alla Colombia, che si unisce all’ondata cilena della protesta. Un milione di persone in tutto il paese, alcune centinaia di migliaia nella sola capitale Bogotà, sono in piazza da giovedì per protestare contro le politiche neoliberiste del presidente Iván Duque. Criticano le proposte di riforma del lavoro e pensionistica e le violenze del presidente contro comunità indigene, leader sociali e sindacali ed ex appartenenti alle Farc, il movimento di guerriglia di sinistra con cui è stato concluso un accordo di pace nel 2016. Alla successiva campagna elettorale le Farc si sono presentate come partito, confermando la volontà di continuare la lotta politica in un arco istituzionale. Ma le violenze sono riprese dopo l’elezione, nel 2018, di Duque, un delfino dell’ex presidente Álvaro Uribe da sempre contrario al trattato di pace, tanto che a settembre alcuni capi ribelli delle Farc hanno annunciato la volontà di riprendere la lotta armata (www.alganews.it/2019/09/01/colombia-guerrigliero-farc-annuncia-ripresa-della-lotta-armata/).
Il copione della manifestazione di giovedì era già scritto: verso le 17, a Bogotà, la polizia ha tirato lacrimogeni sui manifestanti, scatenando il panico. La repressione più dura, la polizia l’ha riservata agli studenti dell’Universidad Nacional de Colombia, come prevedono le migliori tradizioni autoritarie. A Bogotà come a Cali, altro centro importante della protesta, è attualmente in vigore il coprifuoco. E tutto questo malgrado la stessa sindaca di Bogotà, Claudia López, abbia confermato la natura pacifica della marcia e la volontà degli organizzatori perché si mantenesse tale. Il giorno prima erano state chiuse le frontiere con il Venezuela, per timore dell’arrivo di infiltrati chavisti, una delle ossessioni della destra sudamericana.
Iván Duque è stato eletto al ballottaggio nel 2018 dopo una campagna di intimidazioni, false notizie e continui richiami al Venezuela in caso di vittoria del suo avversario, Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotà, economista ed ex guerrigliero del gruppo marxista M-19 (www.alganews.it/2018/06/05/elezioni-in-colombia-calma-apparente-aspettando-il-ballottaggio/). Duque non aveva peraltro mai fatto mistero della direzione neoliberista che avrebbe dato al proprio mandato.
Nel frattempo continuano in Bolivia e Cile le denunce per abusi e violenze da parte delle forze armate. In Cile, Amnesty International parla di detenzioni arbitrarie, anche di minori, torture sessuali, come testimoniano anche le denunce raccolte dall’Instituto Nacional del Derechos  Humanos cileno (www.indh.cl), un ente pubblico cileno, ma indipendente dai tre poteri statali.
Ora la paura è che la Colombia si trasformi in un nuovo Cile: un bagno di sangue, nel silenzio dell’Organización de los Estados Americanos, che pure non ha esitato a mettere in discussione le pacifiche elezioni boliviane, aprendo la strada al golpe. E di troppi intellettuali di casa nostra a cui il Cile interessa solo se c’è da girare un film.