TERRORISMO E ALTRE STORIE

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

DI ALBERTO BENZONI

L’amministrazione Trump ha più volte espresso la convinzione che, con la conquista di Mosul e con l’eliminazione delle ultime sacche di resistenza in Siria, la guerra contro l’Isis dovesse ritenersi conclusa. Esibendo, anzi non esibendo il cadavere di al Baghdadi, oltre tutto “morto da vile”(forse perché, come accade quasi sempre, non ha avuto modo di morire da eroe o di fare discorsi o di lanciare appelli prima di morire), a riprova di questa tesi.
Se questo fosse vero, il periodo più recente avrebbe dovuto segnare una drastica diminuzione della capacità di nuocere della galassia terrorista. E questa, almeno in termini assoluti, c’è stata: almeno secondo i dati raccolti da un istituto specializzato nella materia e pubblicati da Le Monde.
Così se nel 2014, momento di massima potenza dello stato islamico, i morti erano poco meno di 35 mila, oggi sono scesi a 16. Un calo del 52%.
Ma, nel contempo il numero dei paesi oggetto di atti di terrorismo è cresciuto costantemente. Oggi siamo arrivati a 71. E in un teatro di guerre dove si va dall’Afghanistan e dalle zone di frontiera con il Pakistan sino all’intera zona del Sahel, con avamposti che si avvicinano al golfo di Guinea; e in una serie di conflitti locali in cui, esattamente come in Afghanistan, l’occidente non sta vincendo. Ma che non riesce, per altro verso, a concludere con qualche soluzione di compromesso tra mondi diversi in oggettivo contrasto (pastori contro agricoltori, musulmani contro cristiani, stanziali contro nomadi, neri contro arabi, città contro campagne).
Nel contempo, è bene ricordare che dei 16 mila morti e rotti del 2018 solo 62 si sono registrati in Europa. Diciamo lo 0.4 per mille. Un dato che ognuno è in grado di interpretare come vuole. Ma che, comunque segnala l’incapacità strategica dell’organizzazione e/o dei suoi cani sciolti di fare dell’Europa l’epicentro della sua crociata. Così come le stragi africane e asiatiche segnalano l’incapacità dell’occidente di vincere in guerre asimmetriche.

WESSIS E OSSIS
Scontato che nell’ondata di rievocazioni del 9 novembre e della caduta del Muro, tutta l’attenzione sia stata rivolta a quello che era accaduto “prima e durante” l’evento. E praticamente nessuna a quello che sarebbe avvenuto dopo; a partire dalla vittoria della Cdu di Kohl nelle elezioni del 14 marzo 1990.
Forse per oscurare il fatto, peraltro di evidenza solare, che la famosa “unificazione tedesca” è stata in realtà un’annessione; con il connesso totale sradicamento della sua economia, delle sue istituzioni, delle sue leggi e dei suoi valori, nel contesto di un’epurazione di portata assai superiore a quella subita dalla Germania (e, a maggior ragione, dall’Italia) all’indomani della seconda guerra mondiale.
A ricordarci questo dato, una ricerca (pubblicata anch’essa da Le Monde diplomatique) sulla presenza di “orientali” nella grandi istituzioni del paese.
Governo? Dopo la Merkel, un altro ministro. Il 5% dei sottosegretari.
Segretari di partito? Nessuno, nemmeno della Linke .
L’1.7% dei quadri più alti dell’amministrazione.
Nessuna delle 30 maggiori imprese quotate in borsa ha sede ad Est o è diretta da Ossis. Mentre appena il 22% delle imprese con sede all’est è diretta da orientali.
Il 2.5% dei consiglieri d’amministrazione delle imprese quotate in borsa. Nessun giornale a diffusione nazionale. Nessun rettore nelle 15 maggiori università. L’1% dei generali e ammiragli. Così come l’1% dei giudici delle varie corti federali.
Si dirà che per “Ossis” si intendono gli attuali residenti ad Est. Quando almeno due milioni di loro dal 1989 si sono spostati ad Ovest. O, per dire meglio, hanno lasciato il loro paese per emigrare ad ovest.
E non c’è altro da aggiungere.

BLOOMBERG
La candidatura di Bloomberg, leggi la sua intenzione, non ancora formalizzata, di partecipare alla gara delle primarie democratiche è stata accolta con entusiasmo da Wall street e dal mondo delle grandi imprese americane.
Perché lo si ritiene l’unico in grado di battere Trump l’anno prossimo? Oggettivamente, non è proprio detto che sia così. Perché rispetto a Biden (il candidato più vicino a lui, tra quelli ora in campo ma anche, secondo i sondaggi, il più debole nel confronto diretto con The Donald) il Nostro – forte sui diritti civili ma assai meno su quelli economici e sociali – ha un appeal forse inferiore e una base sociale più ristretta.
Ma non è questo il problema che si pongono i suoi sostenitori. Per loro Bloomberg può essere, oppure no, il candidato ideale del partito democratico; quello che importa è che sia il candidato alla candidatura ideale contro la Warren e Sanders. Quello che avrà la forza di dire che le loro posizioni anti big business sono sbagliate, pericolose e, in definitiva, contrarie agli interessi del paese.
Un contributo, e di peso, alla spaccatura che sta minando alla base il partito democratico e la sue stesse possibilità di vittoria. Un contributo, questo sì, negativo per gli interessi del paese. E non solo.

BOLIVIA
Avevamo l’impressione, suffragata da un’infinità di fatti, che in Bolivia fosse in atto un golpe di destra. Ma evidentemente le nostre menti erano offuscate da vieti pregiudizi.
Per fortuna, ecco la Bibbia dei benpensanti e di “color che sanno” (leggi l’Economist) a spiegarci che non c’è nessun golpe; anzi che il golpista è da tre anni a questa parte Morales.
Sarà così? Oppure tutti golpisti? O, magari, nessun golpista?
A sollevarci da questi dubbi atroci, una proposta di mediazione, assolutamente corretta e razionale, avanzata dall’Osa e dall’Ue e accettata prontamente da Morales e dai suoi e, sembra, dai militari: ritiro delle candidature di Morales e del suo avversario, formazione di un nuovo Tribunale elettorale, nuove elezioni. Manca, ancora, l’accettazione da parte della destra. Se questa non ci sarà apparirà, agli occhi di tutti, chi è il vero golpista. Se ci sarà tireremo tutti un respiro di sollievo.

INTERFERENZE
Di recente, il presidente cileno Pinera ha denunciato le interferenze di Maduro nella rivolta cilena; e per il semplice fatto che il presidente venezuelano aveva espresso la sua simpatia per i rivoltosi. Oggi sappiamo che i servizi segreti di tutta Europa e magari del mondo stanno indagando sulle responsabilità, del tutto presunte, di un agente segreto del Cremlino nella ribellione indipendentista.
E allora è il caso, compagni, di riconoscere a tutti il diritto costituzionale alla interferenza nei paesi altrui, rendendo così legale e controllabile una pratica in atto e da sempre in tutto il mondo.
In caso contrario, non si sa come andremo a finire.