ELEZIONI DISTRETTUALI AD HONG KONG. L’AMBIGUO COMMENTO DI QUALCHE MEDIA OCCIDENTALE

DI ALBERTO TAROZZI

Elezioni distrettuali a Hong Kong. I numeri parlano chiaro. Soprattutto per gli imbecilli che si abbeverano ai titoli dei comunicati stampa. Spendiamo anche i soldi pubblici per saperne di più dai corrispondenti in loco. Fortunatamente per loro. Per noi Hong Kong resta un enigma. Proviamo a leggere i risultati elettorali con due paia di lenti differenti. Senza avventurarci nella lingua dei mandarini leggiamo dunque l’articolo di Repubblica, dichiaratamente su posizione ostile al governo di Pechino.

Due tipi di lettura: il primo stando ai titoli e a quanto viene enfatizzato; il secondo invece fondato su di una lettura fedele al testo, ma più attenta alle affermazioni apparentemente marginali.

Lettura del primo tipo. “Il trionfo dei gialli e il tonfo dei blu, il campo governativo e filo cinese, vanno oltre ogni attesa: dei 452 seggi in palio nei 18 quartieri, 388 sono andati a esponenti democratici, che raccolgono nel complesso il 57% dei voti”. Bene, hanno perso i cattivi, quelli di Pechino che guai alla secessione e nessun passo indietro rispetto ad intese stabilite ai tempi dell’Impero Britannico ad Hong Kong. Però attenzione ai colpi di coda “Il governo cinese ha definito i giovani in nero terroristi e la polizia locale usato un pugno sempre più duro. Lam [la governatrice longa manus di Pechino] ha di fatto ignorato enormi marce pacifiche, poi condannato la guerriglia, e così tra gli elettori democratici pochi si aspettano che ascolti la voce delle urne. Anche perché la piena democrazia è proprio ciò che la protesta chiede, e che Pechino non è disposta a concedere”.  Riassumendo e per farla breve: la democrazia ci dice che la popolazione vuole la Cina fuori dalle palle, così come auspicato dall’Occidente, ma siccome da quelle parti la democrazia è solamente un’ipotesi vedrete che, alle elezioni che contano, i risultati, o di riffa o di raffa, saranno quelli graditi alla Cina. La gente che ha gridato finora (guerriglia) sarà costretta a gridare più forte per farsi sentire; con le prevedibili e tragiche conseguenze. Elementare Watson.

Lettura del secondo tipo. Mano dura della polizia cinese? Tutto è relativo. Certo qualcosa è volato in direzione dei manifestanti che non fossero caramelle, ma di morti ce n’è stato uno (caduto mentre si arrampicava da qualche parte per fuggire). Se è per quello anche un arso vivo tra i filocinesi. Arresti a bizzeffe, come capita di fronte al lancio di champagne Molotov. Consigliamo all’inviato di Repubblica di recarsi in Bolivia oppure in Cile dove si sa che i morti si contano a decine. Da quelle parti in effetti latitano le cronache dei crimini in atto. Infine se leggiamo al di là del titolo troviamo che anche Repubblica dichiara che “sono state delle elezioni “pulite”, conferma un gruppo di osservatori arrivato in città. Ai seggi la polizia in tenuta antisommossa è rimasta defilata, nessun disordine. E i presunti brogli del campo pro governo (come gli anziani portati con i bus a votare) non si sono visti, o comunque non sembrano aver condizionato il risultato”.

In breve fino a ieri si sosteneva che Pechino avrebbe vinto perché non c’è democrazia. Oggi che ha perso si sostiene che la gente le ha voltato le spalle perché Pechino non è democratica.

Noi, che ci guardiamo bene dal sostenere una visione idilliaca del sistema politico vigente in quel paese, ci limitiamo a tenere in sospeso un giudizio categorico e definitivo. Col pessimismo della ragione ma tenendoci alla larga dalle semplificazioni di comodo.