QUANT’È BELLA L’UMBRIA DI BERTO DI GIOVANNI

DI VANNI CAPOCCIA


Alla Galleria Nazionale dell’Umbria – dipinto da Berto di Giovanni per le monache cistercensi di S. Giuliana a Perugia – si trova un san Giovanni Evangelista intento a scrivere l’Apocalisse a Patmos, sperduta isola dell’Egeo dove secondo la tradizione cristiana Giovanni venne confinato dall’imperatore Domiziano.
Nella tavola centrale il san Giovanni è ripreso dal Pitagora della Scuola di Atene di Raffaello, ma Berto lo restituisce ingombrante e impacciato nella postura con accanto il suo simbolo: un’aquila che più che reale sembra un corvaccio spaventato dal dramma epocale che nel “Libro delle Rivelazioni” sta scrivendo il vecchio Apostolo.
Ma se san Giovanni è invadente e privo della gravità del modello raffaellesco ben diverso è il panorama che s’apre alle sue spalle: dolce e nitido, centrato su toni freddi di verde e ceruleo non ha niente a spartire con quello arso e marino di Patmos.
Sembra la rappresentazione del Buon Governo nel contado perugino. Un paesaggio poetico, collinare e rasserenante, dall’aria pulita, con il Tevere che scorre placido e un ponte che l’oltrepassa, il pescatore che torna soddisfatto a casa mentre un altro è ancora intento alla pesca, una barca che attraversa il fiume e in alto sui colli dell’Umbria i castelli perugini intenti a controllare che niente turbi l’ordine comunale.
Un ambiente e dei colori che capita tuttora di vedere nella campagna intorno a Perugia e fanno ancora dire “quant’è bella l’Umbria quand’è bella”.