BRUXELLES. LARGA MAGGIORANZA PER LA COMMISSIONE VON DER LEYEN. MOLTI I NODI IRRISOLTI

DI ALBERTO TAROZZI

“Travolgente”, così ha definito l’interessata, Ursula Von der Leyen il voto di fiducia largamente favorevole alla sua proposta di Commissione della Ue. Effettivamente l’aula ha sancito il sostegno quasi compatto di Popolari, Socialisti e dei liberali di Renew Europe, alla squadra indicata dalla Presidente. Un successo se si considera il numero favorevole dei votanti, superiore a quello ottenuto dalla precedente presidenza Juncker (461 contro 423), anche se inferiore alle performance di Prodi e di Barroso. Positivo anche in relazione alla gestazione dei nominativi, più lunga del previsto e con ben tre rigetti rispetto alle candidature avanzate in origine.

Infine si arrivò ad una mediazione: sostituito con un altro ungherese quello proposto da Budapest che non pareva troppo indicato ad “allargare la Ue” in quanto sospetto di non corrispondere agli standard richiesti in materia di stato dei diritti; sostituita da una “popolare” sua connazionale la socialista rumena in odore di corruzione. Ma soprattutto sostituita la candidata francese Goulard, con grave smacco di Macron che l’avrebbe voluta all’industria a dispetto di un suo ruolo di consulenza per un’impresa che già le era costata le dimissioni da eurodeputata per conflitto di interessi. Smacco aggravato dal fatto che il nuovo candidato proposto da Parigi, e infine accettato, Thierry Bréton, è noto come uomo d’affari e non è gradito a tutti, indiziato com’è di poter ricalcare le orme della collega appena rigettata.

Tutto a posto? Formalmente sì, ma per certo il buon Macron pare non averla del tutto digerita. Prova ne siano i suoi più recenti exploit. Il diniego all’accoglienza delle richieste di Albania e Macedonia ad essere messe in lista di attesa per la Ue, più alcuni commenti sulla vitalità della Nato che sono suonati alle orecchie dei più come una commemorazione in fase di sepoltura. Verrebbe quasi da dire un paio di favori a quel Putin che Macron, campione del liberalismo a parole, ma sovranista quando si parla del suo paese, dovrebbe vedere come il suo peggiore nemico.

Per il momento tutto sotto controllo e largo ai buoni sentimenti e ai buonissimi propositi, che nel discorso della presidente abbondano. Flessibilità dal punto di vista dei conti pubblici (sì però solo se fate le riforme, quelle che, per inciso, tanto piacciono ai neo liberisti e ai falchi di Francoforte); ampio credito a Gentiloni, una concessione che al momento del calcio d’inizio non si rifiuta mai; proposta di unione bancaria europea (in che termini si vedrà); sottolineatura dell’importanza dello stato di diritto (ma che ci sta a fare un rappresentante della destra polacca a capo della commissione per l’agricoltura?); una Europa che funga da riparo ai migranti (specificando che si riferisce solo a quelli aventi diritto alla protezione internazionale, mentre per i migranti per motivi economici, non citati, è previsto il ritorno a casa). Poi un ovvio riferimento alla digitalizzazione e il richiamo ai temi della sicurezza e della difesa: un vero ramoscello d’ulivo per Macron e i suoi compatrioti, che dai tempi di De Gaulle trepidano per una “force de frappe” europea a guida francese, con tanto di bombe atomiche negli arsenali. Come ciliegina l’auspicio, senza forzature, che la Gran Bretagna rinunci alla Brexit.

Ma soprattutto e prima di tutto tanta e tanta preoccupazione per l’ambiente e per il clima: standard più rigidi da rispettare e da allargare oltre la Ue, un green new deal come orizzonte, un richiamo ricco di pathos allo scatenarsi di un paio degli elementi empedoclei (l’acqua a Venezia, il fuoco in Portogallo). Come mai allora proprio i Verdi si sono distinti per la loro astensione, da molti non prevista? Niente cambiali in bianco e nessun cartellino rosso, hanno detto, ma una prudenziale attesa come dire che dalle parole ai fatti il passo non è sempre breve. E anche tra i nostri 5 stelle è emerso un piccolo dissenso di quattro membri su 15 che hanno votato contro o si sono astenuti riconducendosi alle polemiche contro la neo liberista Lagarde alla Bce e alla morbidezza della Ue contro i glifosati.

Nel complesso e per il momento, la Commissione si avvia all’insediamento dell’ 1 dicembre  dopo avere messo provvisoriamente sotto un tappetino quello che rimane il nodo fondamentale per la Ue, appena richiamato da un piccolo paper che si rifà all’incontro franco tedesco di Aquisgrana (Aix  la Capelle per gli uni, Aachen per gli altri). Passata la Merkel, quale la futura leadership a Bruxe4lles e per quale Europa. Probabile che il tavolo su cui i problemi verranno discussi sia quello di una Conferenza sui massimi sistemi evocati da Ursula, che dovrebbe durare due o tre anni e nella quale Macron giocherà le sue carte di futuro leader continentale.

Di tale Conferenza già si sussurra il nominativo del presidente. Quel parlamentare belga (Verhofstadt) già leader del gruppo liberale nella Ue (allora denominato Alde). Il fiammingo fu protagonista di un siparietto col nostro premier Conte che egli accusò di essere il burattino di Salvini (e pure di Di Maio). Conte replicò dicendo che Verhofstadt era un burattino delle multinazionali, visto e considerato che il bilancio di Alde aveva tra le entrate un 4% di finanziamenti dalle medesime. Sia come sia giudicare Conte come burattino di Salvini fu segno di non eccessiva lungimiranza politica. Viceversa la dipendenza sia pure parziale e trasparente di Alde dalle multinazionali a molti non piacque, Macron compreso. Ne seguì un rimpasto: Alde scomparve, nacque il gruppo liberale di Reniew Europe. Verhofstadt si fece da parte e riappare ora come possibile presidente di una Conferenza che ridefinisca i profili dell’Europa del futuro.

Molti si domandano chi ne tirerà le fila.