ALLA RICERCA DELLA SINISTRA PERDUTA. UNA NUOVA IDEA SULLA REALTÀ UMANA

DI COSTANZA OGNIBENI

«Essere di destra è facile perché vuol dire andare incontro a quelle che sono le spinte istintive che tutti hanno, che vengono meglio indirizzate dal ragionamento, dalla conoscenza degli argomenti» mentre «essere di sinistra è più difficile, perché quelli di sinistra giocano su un terreno dove la conoscenza degli argomenti è fondamentale». «Quello di destra se ne frega, dice “A me gli immigrati fanno schifo”. E finisce lì il discorso».

Hanno tuonato dai televisori di tutta Italia, le parole del giornalista scrittore Corrado Augias, pronunciate all’interno di uno dei programmi più seguiti del martedì sera, per giunta in pieno prime time, così da ridurre ai minimi termini il rischio di orecchi assenti perché impegnati in faccende lavorative, o distratti perché troppo insonnoliti. Il massimo numero possibile di ascoltatori doveva essere lì, vigile e attento a sorbirsi l’ennesimo sermone di una cultura vecchia come il mondo, che richiama, ancora una volta, il mito del male insito nell’uomo, della bestia primordiale che va dominata con il raziocinio, dell’azione omicida che, grazie al dio Logos, viene ogni volta bloccata.

Ed è così che i grandi saggi della sinistra riescono a governare, grazie alla conoscenza, quanto coloro che si proclamano di destra lasciano libero di esprimersi – l’odio per il diverso, il dominio del più debole, lo sfruttamento delle minoranze – scegliendo in questo modo la strada più facile, ovvero quella naturale inclinazione dell’essere umano a seguire i suoi più bassi istinti.

Ridotta al rango di scimmia non pensante, il giorno dopo le fatidiche dichiarazioni, la stampa di destra si è inevitabilmente scatenata, rivendicando dalle colonne dei quotidiani il proprio essere “altrettanto, se non più colta della sinistra” e richiamando nomi quali Von Hayek, Giovanni Gentile o Carl Schmitt quali padri fondatori del proprio pensiero, che poco ha a che vedere con le becere incursioni salviniane all’interno dei social network, strutturate, più che su una riflessione ben articolata, sui suggerimenti di Luca Morisi e di tutto il suo team di social media manager, impegnati a scovare la tendenza del giorno intorno alla quale costruire i post dell’ex-ministro.

Ma il vero problema qui non è tanto la denigrazione di una destra più o meno gretta alla quale viene contrapposta l’alta sapienza degli intellettuali di sinistra, quanto la confusione di idee che emerge da una riflessione apparentemente innocua, emersa nel corso di un dibattito. Lasciando da parte il totale capovolgimento delle parti – ma non era la destra, per antonomasia, la conservatrice reazionaria serva della ragione, in totale contrapposizione con una sinistra irrazionale e bohemien che rivendicava la rivoluzione, la ribellione al padrone, la liberazione dalle costrizioni? – secondo le parole del giornalista-scrittore, la sinistra sarebbe la rappresentazione di quella razionalità che domina tutto ciò che nell’essere umano è irrazionale e che trova la propria rappresentazione in una destra razzista e omofoba. Seguendo il filo del pensiero, dovremmo dunque supporre che solo la conoscenza permette all’uomo di “liberarsi dal male”; l’ignorante è per sua natura perverso, inumano. Bisognerebbe ricordare al caro Augias che la maggior parte di quei soldati che fecero la Resistenza e che hanno liberato l’Italia dall’occupazione nazi-fascista non erano esattamente dei plurilaureati; quegli uomini che hanno rischiato la vita e a cui in qualche modo dobbiamo le nostre, venivano dal popolo ed è proprio grazie al rapporto con la popolazione delle campagne che la Resistenza ha potuto strutturarsi in quel grande movimento che ha decretato le sorti del nostro paese:

“È abbastanza evidente che se la gente di campagna non avesse assunto anche nelle nostre zone un atteggiamento di tolleranza prima, di collaborazione poi ed infine di partecipazione diretta, ben difficilmente la guerra partigiana avrebbe potuto assumere il volto e le dimensioni di «guerra di popolo» che invece essa riuscì a darsi anche nelle nostre vallate. Ciò del resto accadde in una miriade di zone contadine dell’Italia centro-settentrionale (…) questa popolazione contadina era nel suo complesso di estrazione montanara, ben lontana cioè nelle sue esperienze civili e politiche, e perfino in quelle più immediatamente umane, dalla avanzata maturità dei contadini della pianura” (cit. Centro di Documentazione sulla Guerra di Liberazione Casola Valsenio).

Dunque questa popolazione di montanari, assai culturalmente lontana dalla maturità dei contadini della pianura, secondo il nostro pensatore del martedì dovrebbe essere l’ultimo stadio prima della bestia. È evidente che non è la sapienza fine a se stessa l’arma con la quale rispondere ai sopraccitati fenomeni, poiché anche persone che di questa sapienza non erano certo in possesso, hanno saputo opporsi.

E se dai partigiani spostiamo l’attenzione sui bambini, anch’essi privi di questa famosa conoscenza, possiamo benissimo notare che sentimenti come odio, prevaricazione e paura del diverso sono ben lontani dalla loro indole. Ai bambini, semmai, occorre insegnare proprio il contrario, che il mondo – ahinoi – è pieno di insidie, e dare confidenza a tutti gli estranei che capitano potrebbe essere pericoloso. Occorre insegnarglielo, proprio per quella loro naturale curiosità verso ciò che è diverso, verso lo sconosciuto.

Sentimenti come odio, rabbia, paura, sono sì legati a qualcosa che a un certo punto si manifesta e che sfugge al controllo, ma quello che Augias manca di specificare è che essi sono legati a un altro fenomeno, che è quello della pulsione, che si manifesta in certi casi come moto distruttivo, perché diretto contro l’altro diverso da sé. Ma sono i casi in cui l’essere umano ha perso la propria vitalità – e non la propria conoscenza! – unico elemento in grado di trasformare quella stessa pulsione in qualcos’altro.

Ed è assai fuorviante raccontare, ancora nel ventunesimo secolo, che questa pulsione distruttiva fa parte della natura umana che deve essere continuamente dominata dalla ragione. Sarebbe come dire che qualsiasi gesto spontaneo, qualsiasi moto governato dalla passione sarebbe di per sé distruttivo e quindi da evitare. Ogni gesto, pensiero e comportamento dovrebbe essere continuamente dominato da una sorta di Madre superiora che ci bacchetta tutte le volte che dimentichiamo di ascoltarla.

E allora con gli artisti come la mettiamo? Che della ragione devono liberarsi per lasciar posto alla loro vena creativa? Certo, la tecnica devono impararla, ma non è proprio quando quel sapere viene messo da parte che emerge l’opera d’arte? E non è forse in quel gesto, e non nell’urlo rabbioso, che viene attivata la parte più recondita, se così vogliamo chiamarla, e specifica dell’animo umano? Dunque, continuando nel ragionamento del martedì, gli artisti dovrebbero essere tutti di destra…

Ovviamente la tesi non tiene; se vogliamo dunque tornare al tema della pulsione, forse una strada riusciamo a tracciarla, ma visto che la confusione è tanta e la faccenda sta cominciando a complicarsi, ancora una volta è necessario ricorrere all’aiuto di uno psichiatra: secondo la Teoria della nascita elaborata da Massimo Fagioli, l’uomo quando nasce, colto improvvisamente e in modo inaspettato dai cosiddetti stimoli esterni – rumori, freddo, luce – certamente non presenti nella precedente situazione di calore e omeostasi all’interno dell’utero, oppone una propria resistenza, reagisce, rendendoli mentalmente inesistenti: è il fenomeno della pulsione, diretta in questo caso verso quel mondo inanimato che lo circonda. Simultaneamente a questo fenomeno, tuttavia, proprio per la fusione con la vitalità, che si sviluppa nel feto alla ventiquattresima settimana, quella stessa pulsione si trasforma: dopo aver fatto scomparire la causa del trauma, rende esistente qualcos’altro, diviene traccia mensica proprio di quella precedente situazione intrauterina che non c’è più; una memoria dell’esperienza avuta nel contatto della pelle con il liquido amniotico. Memoria-fantasia che determina la certezza del proprio corpo e che porterà il neonato a cercare per tutta la vita un rapporto interumano con il quale ricreare quella stessa sensazione di calore. (Per maggiori approfondimenti si rinvia a “Istinto di morte e conoscenza” di Massimo Fagioli, L’Asino d’oro Edizioni).

Una teoria scientifica, dunque, secondo la quale l’uomo nasce sano e spontaneamente propenso al rapporto interumano, attraverso il quale cercherà la soddisfazione delle proprie esigenze. Un rapporto al quale, tuttavia, non tutti gli esseri umani sono in grado di rispondere, ed è proprio quando quelle stesse aspettative vengono deluse che comincia a crearsi la malattia, che si manifesta in una lenta perdita di vitalità che potrebbe, nel tempo, generare quegli “impulsi omicidi” di cui tanto si sente parlare, che altro non sono che quella pulsione diretta non più contro il mondo inanimato, ma contro altri esseri umani, ma che a quel punto non va dominata, bensì curata.

Qualcuno potrà chiedersi cosa c’entri tutto questo con la sinistra, ma se pensiamo che ogni ideologia, che diviene poi strumento di lotta politica, nasce fondandosi su un pensiero, in mezzo a tanto chiasso, forse possiamo provare a inserirne uno nuovo – che poi così nuovo non è, visto che risale all’inizio degli anni 70. Teorie sulla superiorità delle razze, sul male insito nell’uomo, sulla caducità della vita terrena rispetto a quella che ci aspetterebbe nel regno dei cieli, abbiamo visto dove ci hanno portato.

E se questo continuo fallimento fosse proprio dovuto a un’errata idea della natura umana? Cosa succederebbe se cominciassimo a pensare che liberare queste cosiddette “spinte istintive” non porta per forza a qualcosa di distruttivo? E cosa succederebbe se iniziassimo a pensare che “irrazionale” non è legato alla mancanza di buon senso, bensì a tutto ciò che ci rimanda al mondo dell’arte e della conoscenza attraverso il rapporto interumano?