40 ANNI E 70 PUNTI DI SUTURA DOPO: LA LOTTA DI VITO ANTUOFERMO CONTINUA

DI GIANLUCA CICINELLI

“Se hai paura, scostati di lì e mettiti a pregare mentre io vado a combattere con essi fiera e disuguale battaglia” Don Chisciotte della Mancia – Miguel de Cervantes Saavedra

Sarebbe bastata l’uscita di The Wall dei Pink Floyd a immortalare quel venerdì 30 novembre 1979 nell’immaginario collettivo. Ma la giornata era soltanto cominciata mentre migliaia di fan in tutto il mondo si mettevano in fila per acquistare nei negozi il capolavoro di Roger Waters e compagni. A Las Vegas la temperatura segnava 14 gradi centigradi intorno alle 6 di sera. Le macchinette mangiasoldi emettevano stancamente il loro rumore meccanico nei casinò gestiti dalla mafia e le puttane non erano ancora apparse nelle hall dei grandi alberghi che contenevano i casinò, impegnate com’erano a truccarsi per la sera. Soltanto qualche ora più tardi avrebbero cominciato a rallegrare i tristi giocatori d’azzardo, già ubriachi e biascicanti volgarità a metà pomeriggio, forti di un portafogli senza fondo che rendeva poco più sopportabile la vista delle loro guance cascanti sopra pance afflitte da pinguedine ormai cronica. Non c’era traccia dei Pink Floyd nel suono che usciva dagli altoparlanti con cui al 3570 di Las Vegas in Boulevard South portieri d’albergo, concierge, camerieri e croupier si muovevano al ritmo della disco-funk degli Chic. I Will Survive di Gloria Gaynor avrebbe potuto dare il titolo alla serata che si profilava al Caesars Palace, dove oltre ai consueti giri delle roulette, ai tavoli di baccarà e alle salette riservate per poker alcolici e mignottume vario, 5.442 metri quadrati di casinò, si stava finendo di allestire un ring sotto le 3.349 stanze divise in 5 torri. La sera, non a las cinco de la tarde ma molto più tardi, alle 2 della notte italiana, avrebbero combattuto per il titolo mondiale dei pesi medi l’italiano emigrato in America Vito Antuofermo, detentore del titolo, contro Marvin Hagler, lo sfidante. Un match già segnato in partenza dall’incredibile curriculum di Hagler, il miglior pugile dei medi in circolazione per stile e potenza. 150 mila dollari la borsa per Vito, 50 mila dollari per Marvin. I bookmakers danno Antuofermo battuto per 5 a 1, se giochi un dollaro su di lui e lui difende il titolo ne vinci 5. Impossibile. Per questo nessuno si agita nel pomeriggio di Las Vegas, Nevada, aspettando l’incontro. I ricconi oziano al casinò, le signorine sono ormai quasi pronte per dare lustro e sensualità alle sale da gioco e al pavillon del ring. Una serata noiosa come tante. Questo pensano anche le celebrità dello spettacolo e dell’imprenditoria a stelle e strisce mentre si uniscono ai ricchi ubriaconi, in totale 4589 spettatori paganti per 750 mila dollari d’incasso, per assistere all’incontro del Ceasars Palace.

Anche se le trasmissioni della televisione a colori erano già cominciate da qualche mese, a casa mia avevamo il vecchio televisore in bianco e nero. Il nostro aveva un difetto che aveva la particolarità di manifestarsi quando dovevano svolgersi avvenimenti sportivi importanti. I volti si deformavano in linee verticali che svolgevano onde sinusoidali che potevano essere considerate forse interessanti e ipnotiche sotto l’effetto di Lsd ma che in effetti disturbavano non poco la visione da lucidi dello schermo. Quella volta non ci fu eccezione. Così intorno alle 8 di sera mio padre, fine latinista e grecista, professore di Lettere stimato da colleghi e studenti, completamente digiuno di qualsiasi nozione tecnica e scientifica che andasse oltre l’accensione e lo spegnimento della luce tramite interruttore, in vista dell’imminente match che vedeva combattere un italiano per il titolo mondiale, avvenimento molto raro, giocò il tutto per tutto e smontò con determinazione il pannello del televisore. Mia madre subito dopo cena andò a dormire molto seccata per la serata sprecata. Mio padre tolse e rimise valvole, tirò fili, diede i classici cazzotti al tubo catodico, imprecò molto e come per magia intorno all’una di notte, con il pavimento cosparso di viti, pinze, un martello e dei chiodi, che per fortuna non vennero usati, ma soprattutto con una valvola in meno, miracolo che stanno ancor studiando oggi le migliori menti della Apple nei laboratori di Cupertino, il televisore riprese a funzionare regolarmente. Io avevo 17 anni e gli stavo accanto, come si usava allora, in un silenzio educato accompagnato da piccoli cenni del capo, emettendo suoni di approvazione o disapprovazione a seconda del momento, ma complice e alla fine soddisfatto. Decidemmo di festeggiare bevendo della Coca Cola, forse anche per entrare nello spirito americano della nottata. Sapevamo che Antuofermo avrebbe perso, ma da italiani dovevamo sostenerlo. Anche perché i miei genitori erano molisani e il loro paesino era l’ultimo a sud del Molise e confinava con la Puglia, la regione da cui Antuofermo si era messo in moto con la sua famiglia molti anni prima per emigrare negli Stati Uniti. Alle due cominciò la diretta televisiva.

“Pelato dal pugno che fa male”. Il primo a entrare sul ring è lo sfidante, così Marvin “The Marvelous” Hagler, il meraviglioso, da Newark, New Jersey, venti chilometri da New York, viene presentato da Chuck Hull agli spettatori del Ceasars Palace che lo ammirano mentre sfila in mezzo alla folla per raggiungere il quadrato, mostrando i suoi possenti e armonici muscoli. Una furia della natura, un predestinato al successo. Lo chiamano anche Bad Marvin perchè ha vinto quasi tutti i suoi incontri prima del limite, e il presentatore del Ceasars con giacca a lustrini e microfono piovuto dal cielo descrive i danni subiti dai suoi avversari. E’ bello, il viso mai toccato dai colpi, alto un metro e settantasette centimetri per 72 chilogrammi, un peso medio perfetto con un’apertura di braccia di un metro e novantun centimetri, la lunghezza di un armadio a due ante. Ma ecco che quando Hagler è sul ring, accolto dai fischi del pubblico, con l’accappatoio e il cappuccio calzati e menando colpi all’aria, va verso il ring, Vito Gabrielo Antuofermo da Palo del Colle, provincia di Bari, arrivato a sedici anni negli Usa dove ha fatto lo scaricatore e ha imparato a dare pugni nei vicoli sporchi della periferia newyorkese contro altri teppisti come lui.

E’ proprio brutto Vito, col suo triste viso lungo e le gambe tozze: è alto un metro e settantuno, 6 cm meno del suo avversario, ha sempre faticato a rientrare nelle 160 libbre della categoria pesi medi, sarebbe un superwelter naturale, la sua apertura di braccia arriva appena a 175 cm. E’ brutto a guardarsi Vito, è goffo, impacciato, nessuna grazia. I baffi sottolineano l’aspetto da Paisà, come oltre oceano chiamano con disprezzo gli immigrati italiani. Tossisce due volte quando è sul ring. Ha una broncopolmonite che lo affligge da mesi, non curata per continuare ad allenarsi. Il destino di Antuofermo è segnato dinanzi a quel gigante nero elegante e dal pugno come dinamite che sta per affrontare. Suona il gong del primo round.

Hagler tiene a distanza Antuofermo. Gli basta allungare il jab, Marvin è un guardia destra, è mancino, e per Vito diventa difficile soltanto avvicinarsi. Un jab destro, Un altro jab, un altro ancora, poi improvviso parte il diretto sinistro che si abbatte sulla faccia di Antuofermo. Nella prima ripresa Vito schiva ancora ma prende almeno tre colpi forti al volto. Però di coraggio ne ha da vendere e non arretra, tiene il centro del ring come spetta al campione del mondo in carica, è l’avversario che deve attaccare, che deve dimostrare di essere più forte del campione. Vito non si muove di un millimetro al centro e cerca di far avvicinare alle corde Hagler, ma questi è rapido, schiva, saltella, mentre Antuofermo avanza a passetti e i suoi colpi vanno a vuoto.

Vado a prendere le patatine e le olive e altra Coca Cola. Il match durerà poco, lo sappiamo. Metto il piatto al centro del tavolo e sgranocchiamo svogliati. Per una volta che c’è un italiano sulla ribalta ci doveva capitare proprio il fenomeno del secolo, la classe di Hagler è immensa, facciamo un rapido calcolo, tre round massimo quattro e andremo a dormire. Ogni volta che Hagler avanza e apre la guardia di Antuofermo lo colpisce con una serie destro sinistro destro sinistro che abbatterebbe un toro. Solo che c’è qualcosa che non torna, mio padre lo intuisce intorno al terzo round. Hai fatto caso che non sente i pugni? Me lo dice senza guardarmi continuando a fissare il televisore. Destro sinistro, destro sinistro, ma Vito non abbandona mai il centro del ring, se la sta giocando, la testa torna un attimo indietro per il contraccolpo dei pugni ma le gambe del campione in carica avanzano verso lo sfidante, come a dire che deve fare molto di più se vuole vincere. Questo si fa ammazzare, commenta mio padre ormai in preda all’emozione.

Se ne accorgono anche a Las Vegas che qualcosa non funziona nel destino che sembrava già scritto per Hagler. Nessuna marcia trionfale, nessun colpo finale, destro sinistro, jab, jab, diretto sinistro sulla faccia di Antuofermo, gancio destro il pubblico urla all’eroe nero “Finiscilo!”, ma Vito Antuofermo non se ne accorge nemmeno, sta lì al centro del aquadrato e quando Hagler arretra per evitare i colpi lui avanza e lo colpisce, sinistro sinistro, torace e stomaco e quando i guantoni del Meraviglioso scendono a difendere il corpo gli arriva una mazzata in testa di destro che lo costringe a fare un passo indietro. Forse è soltanto Hagler lì a Las Vegas che comincia a capire che non sarà una passeggiata togliere il titolo ad Antuofermo. Non lo capisce il pubblico.

Dammi una sigaretta. Lo so tanto che fumi, dammi una sigaretta. Guardo sbigottito mio padre che non toglie gli occhi dal televisore. Non mi resta che prendere il pacchetto di nazionali senza filtro, 200 lire un pacchetto all’epoca, e metterlo sul tavolo. Lui si alza e prende la grappa da un mobile del soggiorno. Riempie due bicchierini e mi spiega che va bevuta tutta d’un fiato. Deve essere entrata qualche entità aliena e sconosciuta nel corpo di mio padre, quello non è il genitore severo che conosco. Allunga la mano verso il televisore e prima di bere alla salute del campione, nella quiete della notte romana urla un “Forza Vito, ce la puoi fare!” che squarcia il silenzio della casa. E’ l’unico al mondo che ci crede. E prima di aver ingerito la grappa. Beviamo e ci rimettiamo a sedere. Sta cominciando il quinto round.

Stavolta è Antuofermo che attacca. Ma è stanco e respira male, si vede chiaramente. il pubblico di Las Vegas sente l’odore del sangue e impreca contro Hagler che in apparenza non riesce a perforare la guardia del campione, ma la realtà è diversa, perché lui lo colpisce il campione ma quello, contrariamente a ogni legge psicologica che ti porta ad arretrare quando ricevi un colpo, non si sposta di un millimetro, anzi avanza e lo colpisce. Hagler capisce e cerca di colpire con più forza, e nel sesto e settimo round mette tutta la forza che ha nei suoi colpi, sulla faccia di Antuofermo si aprono delle ferite. Pensa di aver ripreso in mano l’incontro, forza i colpi, Antuofermo però avanza sempre verso di lui, lo colpisce al corpo e appena è a contatto si avvinghia ad Hagler per riprendere fiato. Il fiato però è finito. Tra il settimo e l’ottavo round Antuofermo parla con il suo allenatore, scuote la testa, non ce la fa a continuare. Lo staff è disperato, Vito si tocca la schiena e fa segno che ha dolore lì, ha difficoltà persino a immettere aria dal naso. Prova un’altra ripresa, un’altra ripresa sola gli dicono dall’angolo. E Vito fa cenno di sì con la testa. Vito combatte. Sempre.

Quando vede le immagini mio padre capisce e va verso lo schermo. Su su, dai non adesso, ce l’hai in pugno. Penso che sia impazzito o che abbia esagerato con la grappa. La telecamera però passa dall’angolo di Antuofermo a quello di Hagler e anche lì scuotono la testa, anche se per un altro motivo. Non capiscono perchè il Meraviglioso non si sia ancora sbarazzato del Paisà, cosa manca per buttarlo giù. Hagler ha una media di tre colpi dati per ogni colpo ricevuto, perché l’italiano è ancora in piedi? La fiducia dello sfidante in se stesso comincia a incrinarsi, qualcosa accade in quella pausa tra il settimo e l’ottavo round, lì si decide la piega che prenderà la serata. Altro round altra grappa, se Vito non si ferma adesso non si ferma più.

E’ un attimo. Dall’angolo di Vito tamponano il sangue che dalle arcate sopraccigliari gli scende sugli occhi e Vito è in piedi. Suona il gong e Hagler si avventa sulla preda. Gancio destro gancio sinistro gancio destro gancio sinistro gancio destro diretto sinistro al volto di Antuofermo, ormai una maschera di sangue. Ma Vito si ricorda di quei tre neri che picchiò in una mattina di settembre del 1969 perché lo prendevano in giro per il suo fisico, della polizia che anziché arrestarlo lo spedì in una palestra dove conobbe Joe La Guardia il suo allenatore che lo salvò da una vita in prigione. Li mise in riga quei ragazzi e ne aveva già atterrati due quando la polizia intervenne e gli tolse dalle mani il terzo. E così è adesso, soltanto che ora a picchiare per tre è un solo uomo nero, bello, alto, forte e destinato al successo. Ma non per niente si chiama Noble Art la boxe, dove la nobiltà è nel cuore e non solo nei gesti atletici che per Vito sono rozzi ed essenziali. E se ne accorge Hagler che improvvisamente si ritrova alle corde, nel momento di massima difficoltà per Vito che attacca come un toro molto più scatenato del La Motta del film, senza vedere bene l’avversario perché gli occhi sono quasi chiusi dal sangue che scorre sul volto, ma avanzando e attaccandosi al corpo dell’avversario per rifiatare. L’ottavo round e poi il nono scorrono con Vito che neanche cerca di guardare Hagler. Lo punta e lo colpisce lo punta e lo colpisce, appena può e attacca sull’attacco del Meraviglioso, che non riesce più a capire cosa sta succedendo, che capisce che la forza di Vito quella notte non viene dalle braccia ma dal cuore, che sta riscattando anni di pizza e mandolino, di prese per il culo degli americani perbene che in quel ragazzo tutta volontà vedono un perdente, senza sapere che lui non ne sarà scalfito, che combatterà per tutti gli altri ragazzi italo americani emarginati che lavorano nelle cucine e nel porto e a spaccarsi la schiena nei cantieri. Finisce il decimo round e Vito rimane al centro del ring qualche secondo: io sono ancora qua, sembra dire alla folla che comincia timidamente ad ammirare quel cazzo di ostinato personaggio che sta sfidando tutte le leggi della natura. E per la prima volta dall’inizio dell’incontro si sente il coro Vito! Vito! Vito! partire dalla sala del Caesars Palace e sovrastare le urla dei supporter di Hagler.

Ormai il vecchio è fuori controllo. Al termine del decimo round si avvicina allo schermo e dà consigli a Vito. Non dargli tregua, non dargli tregua, e quando per caso Antuofermo si gira verso la telecamera mostrando il volto tumefatto ho quasi l’impressione che faccia cenno di sì col capo come a dire: ok professore, ti ho sentito, tranquillo, lo sai che non mollo. Altro giro altra grappa. Forse troppa. Perchè quando suona il gong dell’undicesima ripresa mio padre, che non avevo mai visto compiere un gesto fuori posto in tutta la sua vita, va verso il teleschermo e appena appare Hagler si mette in guardia, sinistro a proteggere il viso e destro pronto a colpire e urla a Vito: “Rompigli il culo!”. Mi esalto e mi alzo anche io perchè non si può restare fermi. Nella notte romana qualche voce si sente dalle case, altri tifosi, ognuno a modo suo sta aiutando Vito a compiere l’impresa. Siamo un po’ tutti Vito Antuofermo da Palo del Colle, cazzo, brutti, piccoli e neri ma con un gran cuore e i buoni devono vincere, puttana la miseria!

Le ultime riprese segnano la leggenda del pugilato. Hagler ha capito che o lo butta giù o non vincerà. Antuofermo anche. E gli va incontro e mena e mena e mena e ne prende ma mena sempre e tiene Hagler all’angolo. La scherma e la potenza contro l’artigliera leggera ma costante, continua, infinita, di colpi su colpi su colpi che nemmeno Hagler riesce più a parare del tutto. Quando il Meraviglioso lo prende fa male, perchè lo prende sempre in faccia, perché Vito è sbilanciato in avanti per recuperare, ma nemmeno la testa va indietro per i colpi, Vito continua e colpisce, logora Marvin che non riesce più a tessere la tela, deve subire, arretrare, difendersi. Vito è il campione, sta al centro del ring e urla la sua rabbia con i pugni, come ha sempre fatto nella vita. E Hagler lo colpisce ancora in faccia ma senza convinzione. Quattordicesima e quindicesima ripresa dicono una cosa sola. C’è un uomo, il campione del mondo in carica al centro del ring, a cui lo sfidante non riesce a togliere la corona perché il campione non arretra anzi avanza e approfittando della stanchezza e dell’incredulità di Hagler lo colpisce più forte che all’inizio del match, lasciandogli ferite che non si vedranno sulla pelle ma resteranno nell’animo per anni, dandogli forse l’unica lezione di boxe di cui ancora non aveva avuto nozione: la forza del cuore terrone è più forte di qualsiasi muscolo ben allenato.
Quando il gong annuncia la fine dell’incontro l’ultimo cazzotto lo mette a segno Vito. Il volto devastato. Ci vorranno settanta punti di sutura per ricucirlo in ospedale, gli infermieri non avevano mai visto una devastazione del genere, mentre Hagler non ha nemmeno un segno sul viso.

Aspettiamo il verdetto dei giudici, non sappiamo se Vito ce l’ha fatta. Ma quella è la sera in cui mio padre ha capacità sensitive è mi spiega che in caso di verdetto di parità il titolo di campione del mondo resta al campione in carica. Poi quando lo schermo inquadra il presentatore che annuncia il punteggio si gira scaramanticamente dando le spalle al televisore, mentre lo speaker legge i cartellini: giudice Dolby Shirley 142-144 per Hagler, giudice Duane Ford 145-141 per Antuofermo, giudice Hal Miller 143-143. Verdetto di parità e quindi il titolo mondiale medi Wbc/Wba rimane nelle mani di Vito Antuofermo. Ci abbracciamo felici come se avessimo combattuto noi e un po’ così è stato. e vaffanculo facciamoci un’altra grappa che ce la siamo meritata e andiamo a dormire dopo aver vissuto un sogno molto prima di doverci addormentare.

Esplodono le urla al Ceasars Palace, c’è che ritiene il verdetto ingiusto, anche lo staff di Hagler naturalmente, ma il pubblico ha capito cosa è successo e cosa hanno premiato i giudici oltre all’aspetto sportivo e applaude, urla il nome del Paisà stavolta con rispetto. La lezione ha lasciato di sasso quei riccastri annoiati che non sapevano come passare la serata e col prezzo del biglietto in cambio hanno ricevuto una lezione su come si vive. E anche Marvin Hagler il Meraviglioso, che di quella nobile arte diventerà forse l’interprete più forte mai comparso nella categoria dei pesi medi, comprese fino in fondo chi fosse Vito Antuofermo da Palo del Colle e brindò con lo champagne in suo onore nel ricevimento successivo all’incontro. Perché quella fu una sfida tra esseri umani veri, perché nel combattimento c’è l’intero senso dell’esistenza.

Lottare significa mescolare la propria vita al più vasto flusso della storia. Don DeLillo