SILENZIO ASSORDANTE SULLA SIRIA. L’INGHILTERRA GUARDA A TRUMP

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE
DI ALBERTO BENZONI

SILENZIO ASSORDANTE SULLA SIRIA

E’ da diverse settimane che la Siria è scomparsa dai nostri media. Segno che non è successo niente. O, più esattamente, nulla che possa suscitare il loro interesse.
Pure, il fatto che non sia successo niente è una notizia, anzi una grande notizia. Significa che la guerra progettata di Erdogan è stata stoppata sul nascere. Che i curdi, sotto la protezione non più soltanto americana ma anche russa e siriana, non saranno più massacrati ma potranno continuare ad esercitare il loro autogoverno in una vasta area della Siria nordorientale. Che la fascia di sicurezza richiesta dai turchi è stata drasticamente ridotta. Così come il loro piano di risistemazione dei profughi siriani. Mentre, a tutt’oggi non si sono affatto realizzate le temute evasioni di massa di foreign fighters dalle carceri del Rojava.
Come è una notizia, anzi una grande notizia, il fatto che la guerra di Assad per riconquistare il ridotto di Idlib, preannunciata mesi fa come imminente, non ci sia stata o si sia limitata a sporadiche manifestazioni di violenza.
Ed è anche, se permettete, una buona notizia. Perché non avremo le diecine di migliaia di morti su cui ci apprestavamo a versare lacrime di impotente indignazione; e il non essere uccisi è il primo in assoluto tra i diritti umani. Ma soprattutto perché ci riporta nel mondo della realpolitik, sinora sommerso dall’ideologia del politicamente corretto in salsa occidentalocentrica (vedi Iraq 2003 e Libia 2012).
Ora, la realpolitik o, detto in altro modo, il più elementare realismo politico, avrebbe dovuto dirci che, nel conflitto siriano, nessuno è in grado di ottenere quello che vuole.
Assad è rimasto in sella. E controlla la maggior parte del paese. Ma non può riconquistarlo tutto con la forza; e, se vorrà tenerlo, e ricostruirlo, dovrà liberalizzare e democratizzare il suo regime.
I curdi hanno diritto all’autogoverno. Ma non possono diventare uno stato. Perché il grande Kurdistan lo vogliono solo i curdi, anzi una parte di loro; mentre non lo vuole nessun altro (agli israeliani piacerebbe; ma sanno benissimo che è un progetto irrealizzabile).
Gli iraniani vorrebbero utilizzare il paese come una base avanzata nel loro “confronto controllato” con Israele. Ma quest’ultimo gli ha subito, anche se in modo controllato, fatto intendere ragione. Così come la rivolta libanese ha fatto capire ad Hezbollah che non si può essere nel contempo difensori del Libano e agenti di Teheran.
I turchi volevano inaugurare la loro grande alleanza con i Fratelli musulmani abbattendo il regime di Assad. Ma, per questo, avevano bisogno del concorso americano. Questo è mancato. E, allora, dovranno contentarsi dell’allargamento della loro fascia di sicurezza e della neutralizzazione della minaccia curda.
Gli americani, così come i francesi e inglesi erano già pronti sulla linea di partenza, usando il “superamento della linea rossa” come pretesto. Ma mancò, al dunque, il consenso dei parlamenti e la volontà politica. E fu una fortuna. Perché, di lì a poco, comparve l’Isis; e un altro essenziale alleato nella crociata anti Assad si trasformò nel nemico pubblico numero 1. E, allora, si accantonò nel 2014 la vecchia crociata per aprirne una nuova, accanto anche se non assieme all’arcinemico di ieri. Riaprirla oggi, e in condizioni infinitamente più sfavorevoli, è impensabile; e rimpiangere di non averla fatta è intellettualmente disonesto.
Siamo, in definitiva, arrivati alla classica situazione in chiunque può alzarsi e dire: “la soluzione militare della crisi è impossibile; perciò abbassate le armi e cominciate a discutere”.
In genere questo qualcuno o rappresenta la collettività internazionale o è un profeta disarmato. Ma in questo e in tutti gli altri casi consimili questa collettività è scomparsa. E allora tornano in campo le grandi potenze. Leggi Stati Uniti e Russia. La prima ha deciso sin dall’inizio di lasciare carta bianca ai suoi alleati (Israele, Arabia Saudita, Turchia, curdi, opposizione siriana) ma con scarsi risultati; per poi chiamarsi fuori dalla faccenda. La seconda è intervenuta direttamente e pesantemente a favore dei suoi (Assad in testa): ma nella prospettiva di tenerli a freno, diventando quindi un interlocutore/garante credibile per gli altri, a partire da Israele e Arabia Saudita, ma non solo.
A questo punto, Kissinger si sarebbe subito recato a Mosca. Ad avviare un ragionamento sul negoziato e sulle sue modalità. Ma erano altri tempi.

L’INGHILTERRA GUARDA A TRUMP

L’annuncio ferale è dell’Economist. E con toni angosciati. L’Inghilterra di Davos era quella dell’internazionalismo; e oggi domina l’identitarismo e la chiusura al mondo esterno. L’Inghilterra di Davos era quella del liberismo, della libera concorrenza e della probità fiscale; mentre ritornano in campo l’interventismo statale e l’uso politico della spesa pubblica. L’Inghilterra di Davos vedeva l’immigrazione come una risorsa; mentre oggi la vede come una minaccia. L’Inghilterra di Davos voleva essere un ponte tra l’Europa e l’America; mentre oggi abbandona la Merkel per rifugiarsi tra le braccia di Trump. E, infine, l’Inghilterra di Davos era rappresentata da due grandi schieramenti alternativi ma uniti dal rispetto delle regole e dei principi primi della sua costituzione informale. Ma oggi le une e gli altri sono andati a farsi benedire. Mentre, a rappresentare il passato sono rimasti quei quattro gatti dei liberaldemocratici.
A questo punto la rivista non indica le vie di una possibile resurrezione. Mentre tratta in modo, insieme, compunto e vago, le cause del decesso.
Per essere un po’ più concreti suggerirei due nomi e una data.
I nomi sono quelli di Margareth Thatcher e di Tony Blair. La prima ha definitivamente trasformato i tory, da partito conservatore aperto al cambiamento (decolonizzazione, riconoscimento delle conquiste sociali del dopoguerra, disponibilità costante alla mediazione) in forza apertamente di destra: ordine morale e sociale, distruzione/disconoscimento dei corpi intermedi, individualismo, centralismo autoritario e via discorrendo. Il secondo, con l’avventura irachena e con le menzogne che l’hanno accompagnata ha colpito a morte i principi e i legami su cui si reggeva da più di un secolo la collettività laburista. Per diventarne poi acerrimo nemico.