NON CHIAMATELI MAMMONI. LE SPECULAZIONI SUGLI STUDENTI

DI COSTANZA OGNIBENI

È piuttosto demoralizzante l’ultimo Data Room di Milena Gabanelli, che con la sua consueta chiarezza e linearità ha gettato lumi su una situazione tipicamente italiana, di cui probabilmente eravamo già al corrente, ma leggerne i numeri sortisce come sempre un altro effetto.

Sono gli studenti universitari italiani, questa volta, ad essere finiti sotto la lente della rubrica di data journalism che da gennaio del 2018 si inserisce fra colonne del Corriere.it. Studenti, in questo caso, né criticati né scherniti, come è d’uso fare ultimamente alla luce di presunto progressivo appiattimento, bensì compatiti, a causa dell’ennesima, colossale macchina burocratica messa in moto contro le loro aspirazioni. Qualcuno li ha definiti mammoni, in passato, e in effetti ormai è difficile vederli schiodare da casa prima degli “enta” o addirittura degli “anta”. Ma sono così tanti i fattori che incidono su questo fenomeno, che elencarli in modo esaustivo è praticamente impossibile.

Si procede, pertanto, per argomenti, e la nota giornalista ha voluto stavolta focalizzarsi sul tema degli alloggi: ammettiamo che uno studente abbia una brava madre che senza troppe storie, alla consegna del diploma, accompagni alla consueta pacca sulla spalla un “Vaya con dios”: un esplicito invito a levarsi dalle scatole per andare a proseguire il suo percorso di formazione da qualche altra parte. Ammettiamo pure che lo stesso studente abbia un bravo padre che, senza complessi di competizione sul groppone, non abbia mai mancato di farlo sentire in gamba e quindi in grado di affrontare qualunque difficoltà anche senza di lui. E ammettiamo infine che questo stesso studente sia un bravo ragazzo, con tanta voglia di studiare e pronto ad andare in giro per l’Italia per specializzarsi all’interno dell’ateneo prescelto. Perché mai dopo dieci anni – e succede! – dovremmo vedere lo stesso ancora piantato a casa dei genitori completamente incapace perfino di farsi una lavatrice? La risposta ce la offrono i numeri di Data Room, con i suoi 650 euro al mese per una stanza sbattuti sullo schermo sotto forma di  infografica (una volta si sarebbe detto “in prima pagina”!) accompagnati da significative argomentazioni. Esistono gli studentati, è vero, che con i loro 250 euro al mese offrono una retta decisamente più umana e uniformata agli standard europei. Ma sono solo 48.000 – ahinoi! – per un milione e 700mila studenti, certamente non tutti idonei all’assegnazione, ma anche se gli aventi diritto fossero un decimo dei totali, l’offerta non sarebbe comunque in grado di rispondere alla domanda.

«Da anni denunciamo questo deficit strutturale» afferma Camilla Guarino, coordinatrice di Link coordinamento universitario, «proponendo sia a livello nazionale sia nelle singole città che nelle Regioni delle soluzioni: la ristrutturazione di beni pubblici dismessi o il riutilizzo di beni confiscati alle mafie».

Proteste vane, alla luce di quanto ci è dato osservare, e il problema non sta solo nella mancanza di stanziamenti: sempre ammettendo che qualcuno rientri in quella famosa lista – i cui criteri di assegnazione, in linea con gli altri paesi europei, sono basati in primis sul reddito – contrariamente agli altri paesi dove un unico ente decide e decreta, in Italia i fondi sono stanziati dal MIUR, poi c’è una commissione che esamina i progetti e poi tocca aspettare il decreto, che stabilisce la graduatoria. Alla fine di tutto questo ginepraio, gli aventi diritto risultano solo il 3% e solo l’1% di questi riesce effettivamente ad avere una stanza. Era stata fatta perfino una legge, nel lontano 1999, con il fine di aumentare il numero degli studentati, ma tra commissioni che esaminano e decreti, si procede a passo di lumaca: i progetti presentati nel 2011 non sono ancora stati interamente sbloccati, per non parlare di quelli degli anni successivi.

E così, gli studenti si ritrovano in totale balia della speculazione immobiliare: un mercato che quest’anno ha registrato aumenti dal 2 al 12%, con in testa Milano, Roma e Bologna. Molti, poi, si accontentano di cercare un ateneo non distante da casa propria, così da non dover per forza pagare l’affitto di una stanza. Un percorso di studi magari non proprio attinente alle proprie aspirazioni – e chi ha osato lamentarsene è stato già bollato come “choosy” – ma l’importante sembra sia portare avanti questa lenta, lucida opera di sottrazione di libertà che si sta insidiando in modo sempre più mirato quanto impercettibile, così da lasciare preservata anche la possibilità di continuare a chiamarli mammoni.

Il risultato è la rinuncia o l’abbandono degli studi da parte di molti giovani, e non è un caso che l’Italia registri il numero di laureati tra i più bassi d’Europa.

Iscriversi a una facoltà, in altre parole, è tornato a essere una roba da ricchi.