L’IMITAZIONE DELLA VITA E IL SUICIDIO DI ALIGHIERO NOSCHESE

DI GIANLUCA CICINELLI

E’ una storia molto triste e ancora oscura quella di Alighiero Noschese, imitatore e showman all’epoca della televisione in bianco e nero, che esattamente quarant’anni fa il 3 dicembre del 1979 si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola in testa otto giorni dopo il suo quarantasettesimo compleanno. Non aveva molti concorrenti all’inizio Noschese e le sue imitazioni, basate essenzialmente sul trucco, sul rifacimento grottesco dei connotati somatici della “vittima”, e sulla voce non sempre collimante con l’originale ma riconoscibile dai tratti essenziali, costituivano un’eccellenza della Rai del sabato sera, quella di Antonello Falqui ed Eros Macchi. Perché al di là del giudizio “tecnico”, oggi altri imitatori sono quasi perfetti rispetto ai bozzetti di Noschese, l’artista di San Giorgio a Cremano, anche se nato a Napoli, rivoluzionò lo spettacolo aprendo la strada a un genere allora sconosciuto. Pochi sanno che fu segretario della federazione giovanile del Partito Comunista Italiano a Napoli e in Rai venne assunto come giornalista, prima di dedicarsi allo spettacolo. E mentre nel 1969 esplodeva la protesta operaia e studentesca in tutta Italia, dopo che l’anno prima aveva incendiato il mondo intero, l’unica rivoluzione della Rai di quell’anno fu di concedere a Noschese il “permesso” d’imitare anche i personaggi politici nel varietà del sabato sera Doppia Coppia. Imitazioni assolutamente benevole, di uomini e donne, basate sui tic fisici e dei modi di dire, mai di denuncia, assolutamente in linea con l’Italietta canterina del sabato sera che non voleva problemi: caricature mai satira. E’ facile oggi sminuirne l’impatto dei testi, ma fin d’allora i politici compresero la spinta alla notorietà per essere stati imitati da Noschese. Se lui t’imitava tu eri nell’elite, sulla bocca di tutti, una sorta di ideologia del Bagaglino ante litteram. In questo l’artista campano fu davvero innovatore, aprì una strada per tutto quello che venne dopo e va inserito con pochi altri tra i giganti dello spettacolo televisivo. Eppure …

Eppure dietro la maschera sorridente e di successo, come spesso accade nello spettacolo, c’era un uomo profondamente depresso e fragile. Oltre i limiti del suo ruolo artistico. Perché con il declino del successo televisivo, dovuto alla concorrenza di altri imitatori e alla nascita delle televisioni private, iniziò anche un periodo in apparenza, senza permetterci di entrare nella sfera privata dell’artista, è un’ipotesi a posteriori, di depressione psicologica ma in realtà molto legato alle sorti politiche dell’Italia. Abbiamo detto dell’iniziale adesione di Noschese al Pci, ma nel 1967 Alighiero Noschese s’iscrisse alla loggia massonica deviata P2 di Licio Gelli. E non aderì alla massoneria soltanto per ottenere favori, ottenne il grado di Cavaliere Kadosh, uno dei livelli massonici più alti, al trentesimo grado su trentatré totali nel Rito Scozzese. Ci torniamo subito su Noschese e la P2 perchè ha un ruolo centrale nei suoi ultimi giorni. Ma l’altro strano tassello politico riguarda la Rai e Aldo Moro. Per motivi mai chariti il rapporto privilegiato tra la Rai e Nochese s’interruppe nel 1974. Avrebbe dovuto farvi ritorno in grande spolvero nel 1978 nello show Ma che sera, la cui conduzione era affidata a Raffaella Carrà e così fu in effetti ma non con i risultati sperati. Lo spettacolo andò in onda tra il 4 marzo e il 22 aprile 1978, in pieno rapimento Moro. Noschese aveva invece già registrato moltissime imitazioni di Moro per lo spettacolo, imitazioni su cui aveva puntato molto, ma che per ovvi motivi non andarono mai in onda a causa del dramma politico e umano che aveva investito lo statista pugliese e il Paese intero. L’episodio accentuò ulteriormente la depressione ormai clinica di Noschese, che l’anno successivo annullò lo spettacolo teatrale che portava in giro per l’Italia e si fece ricoverare in clinica per curarsi. E iniziò la fine.

Non è ancora chiaro come in una clinica per disturbi depressivi Alighiero Noschese abbia potuto portare con sè una pistola senza alcun controllo. Lì a Villa Stuart, istituto di ricovero per benestanti della periferia nord ovest di Roma, negli stessi giorni era ricoverato anche Giulio Andreotti. Una leggenda, mai verificata del tutto, narra che Noschese avrebbe per scherzo imitato al telefono la voce del neurologo che lo aveva in cura richiedendo quindi all’impiegato i risultati dei suoi esami clinici, apprendendo così per caso di avere un tumore non curabile e di essere destinato a morire in breve tempo. A quel punto sarebbe tornato nella sua abitazione, avrebbe preso la sua Smith & Wesson calibro 38, sarebbe tornato alla clinica Villa Stuart e davanti alla cappella della Madonna di Lourdes dell’istituto si sarebbe sparato il colpo in testa che lo ha ucciso. Resta anche da chiarire il mistero per cui i carabinieri che erano lì per la protezione di Giulio Andreotti non solo non si accorsero del colpo di pistola che rimbombò per tutta l’area, non essendo stata silenziata la pistola, ma non furono nemmeno avvisati a cose fatte. A renderci più triste per questa morte di un personaggio a cui era affezionato l’intero Paese per la compagnia e i sorrisi che aveva regalato, è poi un sospetto, anche questo mai chiarito e che per questo continua ad accompagnare il nome di Noschese.

A metà degli anni settanta si cominciò a parlare delle losche trame della loggia P2, mentre l’Italia era insanguinata dalle stragi. Qualche anno dopo, quando già il nome di Noschese era stato ritrovato nelle liste degli appartenenti alla loggia di Gelli, un generale dei Carabinieri racconterà al settimanale L’Espresso che per depistare le indagini sulle stragi la loggia P2 faceva ricorso anche “a telefonate affidate ad un imitatore estremamente abile nell’imitare i dialetti regionali e personaggi politici di spicco quali il presidente della Repubblica Leone e l’onorevole Giulio Andreotti”. Difficile non pensare a Noschese ma altrettanto difficile è pensare a un suo ruolo inquesta tragedia. Lo storico Aldo Giannuli  ricorda così i fatti: “Qualche settimana dopo (dopo il suicidio di Noschese, ndr), Giulio Andreotti venne audito dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sul caso Sindona e gli vennero contestate tre telefonate –fra l’ottobre 1978 ed il marzo 1979- con l’avv. Rodolfo Guzzi –difensore di Sindona- che asseriva di aver ottenuto dall’allora Presidente del Consiglio assicurazioni di intervento a favore del suo assistito. Andreotti negò con decisione le telefonate e, quando, nel confronto, Guzzi le confermò, precisando che le chiamate erano partite proprio da Andreotti, (vedi “La Stampa” 27 settembre 1984, servizio di Ezio Mauro) il “Divo Giulio” rispose con infastidita ironia: “Forse era Noschese”. Come si legge nei verbali della Commissione.

Ricorda ancora Giannuli a proposito del rapporto tra Noschese e Gelli: “Poi nel 1993 venne la biografia romanzata di Gelli scritta da Pier Carpi nella quale si descrive in modo suggestivo la cattura del venerabile in svizzera nel 1982. Nel tentativo di sottrarsi, Gelli si sarebbe nascosto fra gli scogli di una grotta sul lago e, mentre era lì, immerso sino al torace e reggendo sulla testa una borsa zeppa di documenti, la sua mente vagava rievocando momenti della sua vita. E di questi ci si sofferma in particolare su quelli riguardanti il suo grande amico Alighiero che gli faceva visita “tre volte alla settimana” all’Hotel Excelsior di Roma, per sfogarsi delle sue traversie professionali (p. 518) e poi altri ricordi dell’imitatore per diverse pagine”.

Non abbiamo elementi per aggiungere o togliere niente a queste riflessioni, basate però su documenti. Chi scrive ricorda soltanto il grande dolore e l’incredulità per quel colpo di pistola che tolse la vita ad Alighiero Noschese, nostro delizioso compagno e intrattenitore in alcune tra le più belle pagine della televisione italiana.