CONCEDERE O NO PERMESSI PREMIO AGLI ERGASTOLANI?

DI ELISABETTA ANDREIS

L’ergastolano in permesso premio, per una “semplice” rapina, accoltella un anziano (che miracolosamente non è in pericolo di vita). L’incidenza statistica di un fallimento come questo è prossima allo zero (lo 0,67% commette reato nell’ambito di un permesso o una misura alternativa). Eppure questa sfiorata tragedia fa alzare le voci di chi “Agli ergastolani niente permessi premio, mai. Per loro, solo carcere chiuso sempre”.
Potrebbe prevalere una riflessione di segno opposto, invece: siamo tutti fragili, esseri umani. Quanto è delicata, e quanto deve essere corale, la valutazione dell’impronta di “cambiamento” che il carcere riesce (o non riesce …) ad imprimere sull’anima di una persona.
L’ergastolano, nei 44 anni passati in cella, ha dato sempre prova di seguire con ottimi risultati il percorso di rieducazione. invece una volta “fuori” (fuori dal penitenziario che rinchiude e costringe ma anche, in certo senso, protegge, prima di tutto dalla parte oscura di sè) – “fuori”, dicevo, quella persona ha sbagliato ancora, di nuovo, con una gravità estrema, ed imprevedibile.
Proprio sulla eventuale imprevedibilità si basa il rischio che corrono i giudici chiamati a valutare caso per caso se concedere (o no) permessi premio.
Sarebbe più sicuro dire a priori “gli ergastolani saranno per sempre pericolosi, a loro niente permessi a prescindere”? Io credo di no.
“Sicuro” è proteggere a vantaggio di tutti il diritto sancito dalla Costituzione. la garanzia di poter essere riconsiderati man mano, per come cerchiamo di rimediare agli errori fatti, durante il lunghissimo percorso in carcere che deve tendere alla nostra rieducazione.
Non sono giustificazioni quelle che evoco, spero sia ovvio. E’ solo che scegliere a priori di non provarci per non rischiare di cadere, nella vita, mi pare semplicistico e ingiusto verso l’umanità che è in noi.