PERSONE, NON PEDINE

DI LUCA SOLDI

 

 

Il recente dibattito, emerso sulla stampa locale, entra nel merito delle esperienze di Vicofaro offrendo una lettura che propone un maggior coinvolgimento, una maggiore condivisione verso una realtà che sarebbe di tutti e che invece viene fatta vivere da pochi.

Una realtà che supera i confini di una parrocchia, di una Diocesi stessa e si apre a confini ben più ampi.

Impone una nuova visione che supera limiti e confini ristrettì.

Emerge la necessità di superare quelle contraddizioni che di fatto hanno trasformato ancora di più l’esperienza di Vicofaro da momento di accoglienza caritatevole, rispettoso dell’invito, ormai vecchio di anni, da parte di papa Francesco a parroci e vescovi, in un vero “pronto soccorso” del nostro tempo, in un Ospedale da Campo che offre rifugio a persone che secondo i nuovi dettami non avrebbero riconoscimento ad esistere.

Questo non può, proprio in un periodo che porta ai bilanci e non “solo” alla riscoperta del senso del Natale che evidenziare il senso di una società che dovrebbe rivedere le priorità, riscoprire il senso delle radici laiche e religiose.

Come ebbe da dire nei mesi scorsi Monsignor Bassetti:

“Se non si riscopre il concetto di umanità e la logica del Samaritano, per cui l’altro che sta ai margini della strada per un motivo o per un altro è un altro me stesso e ha le stesse necessità umane che ho io, non si risolveranno mai i problemi: né con leggi più strette né con leggi più larghe. L’umanità: l’altro è un altro me stesso”.

Parole forti che seguono i continui appelli di Papa Francesco a non nascondersi dietro i piccoli particolarismi, verso il contingente del quotidiano.

 

Don Massimo Biancalani lancia dunque un nuovo appello alla condivisione, alla solidarietà non interessata, affinché nella riscoperta dei valori umani che spesso vengono sbandierati solo a parole, si metta in atto un impegno che non vuole ne protagonismi ne zone grigie.

In una interazione che faccia comprendere quel cammino che ha portato alle derive del nostro tempo.

Che metta in luce le contraddizioni, le esasperazioni di quei decreti sicurezza che direttamente o indirettamente cacciano in strada tanti giovani.

In questo Vicofaro non vuol fare scandalo, non vuole stupire, mettere a disagio le coscienze. Non vuole che si dica, “meglio chiudere” meglio non sapere.

 

In quelle persone che oggi si ritrovano ad essere accolte solo in questo luogo ci sono quei mali che impongono di esser visti in primo all’interno di noi stessi.

Su quei materassi, appoggiati caritatevolmente su quel pavimento e non gettati per terra , come alcuni osano dire, ci sono persone, non pedine di una società che ci ha portato a questo punto di regressione. Ci siamo anche noi come comunità che deve riscoprire l’alternativa al calcolo, a quel calcolo che però ci ha portati ad una deriva che non pare aver fine.

Soprattutto ci sono i fratelli di cui forse ci si vergogna e sono vergogne antiche che pensavamo fossero superate che covavano subdolamente fra le luci del benessere.

E questo mentre a Vicofaro, in quel disordine, in quello scompiglio che porta scandalo non c’è che la dissolutezza di chi punta il dito senza farsi parte.

In tutto ciò la stessa Prato che ben conosce, nella sua storia, nelle sue radici, la forza e le fatiche di accogliere ma anche di richiamare i fenomeni migratori, non può tirarsi da una parte.

Quei giovani sono anche figli di un territorio che li brama.

Sono i figli di una terra che deve risolvere i problemi dei diritti ma che intanto offre un sostegno che se tolto, senza la costruzione di qualcosa che vinca le ipocrisie, che riporti alla legalità, porterà nuove devastazioni.

Le code di bicicletta che attraversano via del Purgatorio, da e verso il Macrolotto, non richiamano solo allo sfruttamento, a qualche cosa che riguarda altri, ma ci dicono che occorre impegnarsi di più.

Che il nostro senso di comunità deve spingersi oltre.