ADDIO A MASSIMO BERTARELLI, IL LESLIE NIELSEN DELLA CRITICA

DI MICHELE ANSELMI

 

Era un po’ il Leslie Nielsen della critica cinematografica. Un po’ perché somigliava all’attore americano di “Una pallottola spuntata”; un po’ perché diceva, col sorriso sulle labbra, cose che facevano inorridire i colleghi più puristi e rispettosi del politicamente corretto. Se n’è andato a 75 anni, sfibrato da un tumore, Massimo Bertarelli, per anni colonna del “Giornale”, poi personaggio televisivo con “Cinematografo” di Gigi Marzullo, infine, lui che si professava di destra, collaboratore spiritoso di Peter Gomez sul sito del “Fatto Quotidiano”. Era facile andare d’accordo con lui: bastava essere veloci, non dilungarsi in chiacchiere, specie se c’erano da chiudere le pagine Spettacoli del suo “Giornale” (per alcuni anni vi lavorai anch’io). Scrisse cose terribili sul cinema di Antonioni, tanto da essere rimproverato perfino dall’amico Pupi Avati, e tuttavia il gioco era evidente: gli piaceva sfottere, spiazzare, sorprendere. Detestava i film pretenziosi, da lui detti “mattoni”, adorava i romanzi di Piero Chiara, il poker, il whisky, le donne, una certa atmosfera lacustre. Finì anche in una strana storia di case legate al Pio Albergo Trivulzio e ricevute in affitto da alcuni giornalisti a prezzi stracciati; io lo chiamai per un’intervista sul “Secolo XIX” e lui, senza fare “un plissé”, rispose su tutto, alla sua maniera. Qui sotto, se interessa, un pezzo che scrissi credo per “il Riformista”, nel 2004, su un suo libro appena uscito.
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Michele Anselmi per “il Riformista”, 2004
Solo un film di Antonioni (“Cronaca di un amore”), uno di Bertolucci (“Il conformista”), uno di Visconti (“Il gattopardo”), uno dei fratelli Taviani (“La notte di San Lorenzo”), tre di Fellini (“I vitelloni”, “La strada” e “La dolce vita”), neanche uno di Pasolini. In compenso, quattro di Pietrangeli (“Nata di marzo”, “Adua e compagne”, “La visita”, “Io la conoscevo bene”), otto di Monicelli (“Vita da cani”, “Guardie e ladri”, “Totò e Carolina”, “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “L’armata Brancaleone”, “Amici miei”, “Un borghese piccolo piccolo”), altrettanti di Risi (“Il segno di Venere”, “Poveri ma belli”, “Una vita difficile”, “Il sorpasso”, “Il gaucho”, “I mostri”, “Il giovedì”, “Profumo di donna”).
Non si può dire che Massimo Bertarelli, 61 anni, da Villasanta vicino Milano, colonna del “Giornale”, abbia le idee confuse in fatto di cinema italiano. Dopo aver dato alle stampe il suo stroncatorio “1500 film da evitare”, eccolo di nuovo pronto a far arrabbiare gli scribi della cine-critica con “Il cinema italiano in 100 film”, edito da Gremese al prezzo, non proprio agevole, di 23 euro. L’uomo lo conoscete: fazioso e iconoclasta, umorale e spiazzante, detesta i “mattoni”, si fa un vanto di non appartenere ai giri che contano, adora il cinema ma non lo confonde con la vita vera. Sarà per questo che, pur avendo gusti diversi, mi diverto tanto a leggerlo?
Scrive, a scanso di equivoci: “In tutta immodestia, ho scelto i cento film che mi sono piaciuti di più. Senza farmi condizionare dai nomi dei registi, né tantomeno dalle stellette dei critici, per così dire, ‘di regime’. Dove per regime non intendo appartenenti a qualche schieramento ideologico (che poi nei giorni nostri è lo stesso), ma allineati dalla parte dei mostri sacri”. Categoria che Bertarelli detesta più di altri, per innata vocazione anti-intellettualistica: e infatti “8 e ½” di Fellini gli pare “una pizza indigeribile”, “L’avventura” di Antonioni “una boiata pazzesca”.
Eppure, a scorrere le 200 pagine”, due a film, corredate di foto, curiosità, trame, giudizi e voti, si fanno delle scoperte. Tra un De Sica e un Lattuada, un Germi e un Comencini, l’autore confessa amori sofisticati, inattesi: il Mattòli di “Un turco napoletano”, il Rossi di “Amici per la pelle”, il Soldati di “Policarpo, ufficiale di scrittura”, il Salce di “La voglia matta”, il Loy di “Il padre di famiglia”, l’Avati di “La casa dalle finestre che ridono”, il Virzì di “Ovosodo”, il Piva di “Mio cognato”, che chiude all’anno 2004. Figuratevi: lui che si vanta di non aver mai letto “l’Unità” e grida ancora ai “rossi”, poi rende omaggio al comunistissimo Petri di “La classe operaia va in paradiso”, definendolo “una grottesca, beffarda, amara commedia sociopolitica, una fiera denuncia anticapitalista, un film, Palma d’oro a Cannes, severamente vietato ancora oggi a tutti i padroni cattivi, qualsiasi ideologia professino”. E che dire dell’elogio riservato a “Le mani sulla città” di Rosi? “Crudo, indignato dramma civile, poco fanta e molto politico, una veemente e appassionata requisitoria che, con trent’anni di anticipo su Tangentopoli, scopre i vergognosi intrallazzi del Palazzo”.
Bertarelli è fatto così. Sfodera un’innata diffidenza verso gli intelligentoni, si appalla con i temi dell’incomunicabilità (almeno in senso antonioniano), detesta la dimensione onirico-circense-felliniana. Insomma non si inchina di fronte a quelli che chiama “capolavori intoccabili”, e anzi gode a fare il pierino della situazione. Rispecchiandosi, forse, nell’immortale e politicamente scorretto aforisma di Ennio Flaiano: “Rifiuto il cinema d’arte / che suscita tante discussioni. / Esteti e filosofi culattoni, / non confondiamo le carte”.