ARGENTINA: PRONTO IL GOVERNO DI ALBERTO FERNÁNDEZ, LOTTA ALLA POVERTÀ IN PRIMO PIANO

DI FRANCESCA CAPELLI

Con un’inflazione che si avvicina al 40 per cento e un indice di povertà oltre al 30 per cento, Alberto Fernández ha presentato i ministri con cui, da martedì 10 dicembre, governerà l’Argentina. E ha annunciato che considera priorità assoluta risolvere i problemi di sopravvivenza di quei 16 milioni di argentini che vivono nella povertà e dei 3,6 milioni caduti nell’indigenza. Dati che non stupiscono, in un paese che in quattro anni ha più che raddoppiato il tasso di disoccupazione, portantolo al 10,6 per cento.
Il governo di Fernández si presenta come il risultato di una paziente operazione di ricucitura interna al peronismo, con la volontà di incorporare le correnti che a suo tempo avevano fatto opposizione a Cristina Kirchner, soprattutto durante il suo secondo mandato (2012-2015). Obiettivo: evitare che il governo possa ritrovarsi con un parlamento ostile. Una situazione che non lo metterebbe a rischio (visto che l’Argentina è una repubblica presidenziale dove il governo non ha bisogno della fiducia del parlamento), ma gli complicherebbe la vita in una situazione già complicata di suo. Con buona pace della Nación e degli altri quotidiani di destra, che da giorni titolano su un presunto sbilanciamento “cristinista” del governo. Ossia agitano lo spauracchio di uno strapotere di Cristina Kirchner, che peraltro è vicepresidente del paese e non certo una presenza occulta nell’esecutivo. Tanto per creare un po’ di panico in un paese che ha più che mai bisogno della stabilità dei mercati. Ma se, dopo le elezioni del 27 ottobre, il temuto crollo del peso non c’è stato, forse bisognerà crearlo a bella posta.
È un governo di esperti, quello messo insieme da Fernández, ma non di tecnici, visto che dietro questo termine in Sudamerica si nascondono i fautori del liberismo più feroce. Millantatori di un’assenza di ideologia, ma in realtà adepti al culto del mercato, al monetarismo, al mito del pareggio di bilancio come obiettivo unico e irrinunciabile, costi quel che costi (a qualcuno in Italia è pure venuta la brillante idea di metterlo in Costituzione). Sacerdoti di teorie economiche che – come sottolineano da sempre i premi Nobel per l’economia Paul Krugman e Joseph Stiglitz – non sono solo disumane. Semplicemente, non funzionano alla prova dei fatti, se non congiunture molto favorevoli, come una bilancia commerciale in attivo (situazione che non può essere realizzata in tutti i paesi del mondo nello stesso momento).
A guidare il ministero-chiave dell’Economia sarà Martín Guzmán, allievo proprio di Stiglitz grazie a un dottorato alla Columbia University, specializzato in crisi macroeconomiche e di debito pubblico. Competenze fondamentali al momento di negoziare con il Fondo monetario internazionale. Matías Kulfas, ministro allo Sviluppo produttivo, dovrà rivitalizzare l’industria locale, in particolare le piccole e medie imprese, uscite malconce da quattro anni di macrismo, strette tra l’aumento delle bollette e dei prezzi e il calo vertiginoso dei consumi.
All’Educazione, Nicolás Trotta, avvocato e rettore dell’università Umet, collaboratore di vecchia data del presidente. La sua vice è Adriana Puiggrós, il vero fiore all’occhiello di questo governo (tanto che viene da chiedersi perché non affidare direttamente a lei il ministero): pedagogista di fama, autrice di oltre 25 libri in tema educativo, ha già avuto esperienze di gestione dell’educazione pubblica nella provincia di Buenos Aires ed è stata deputata federale.
Torna, dopo essere stato degradato a “segreteria” da Maurizio Macri, il ministero della Salute, con la nomina di Ginés González García, medico, con una lunga traiettoria politica e una specializzazione dottorale in politiche di salute pubblica.
Altro nome in controtendenza è Sabrina Frederic: un’antropologa come ministra alla Sicurezza. Un segnale forte di inversione di tendenza rispetto alla dottrina del “grilletto facile” sostenuto dalla sua predecessora, Patricia Bullrich, responsabile delle gravi repressioni a opera di polizia e gendarmeria di questi anni, che hanno trasformato più volte Buenos Aires in uno scenario di guerra (www.alganews.it/2017/12/15/buenos-aires-agenti-impediscono-deputati-entrare-parlamento-disordini/), hanno provocato la morte di persone appartenenti a popoli originari (www.alganews.it/2017/11/27/argentina-la-repressione-dei-mapuche-continua-ucciso-un-ventunenne-un-colpo-alle-spalle/) e sono forse alla base della desaparición e morte di Santiago Maldonado nel 2017 (www.alganews.it/2017/10/21/argentina-caso-maldonado-famigliari-riconoscono-corpo-dai-tatuaggi/), il cui caso è attualmente in esame alla Corte di Cassazione che deve decidere su un’eventuale riapertura.