BUENOS AIRES IN FESTA CON FERNÁNDEZ. LAVORO E DEMOCRAZIA PER UN’ARGENTINA DI NUOVO IN PIEDI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

“Nemmeno se la nazionale avesse vinto un mundial ci sarebbe stata tanta gente in piazza” dice Luis Esteban, docente universitario. La piazza è Plaza de Mayo, luogo simbolo della storia argentina, dove si festeggia l’insediamenti del nuovo presidente, Alberto Fernández. Alle spalle la Casa Rosada, il palazzo del governo fino a ieri separato dalla piazza da una cancellata in metallo, rimossa lunedì notte. La folla, che si è radunata nella mattinata di una giornata in cui si sono superati i 30 gradi, occupa le vie adiacenti e tutta Avenida de Mayo, fino all’Obelisco, in un ponte simbolico con il Congreso, il parlamento, che si trova sulla stessa direttrice (nella foto).
Per una volta, festeggia anche la sinistra marxista, quella di “destra e peronismo per me pari sono”. Che non siano pari per nulla, malgrado limite e difetti, se ne sono accorti pure loro. Se ne sono accorti gli argentini e lo hanno affermato chiaramente con il voto del 27 ottobre (www.alganews.it/2019/10/28/elezioni-argentine-un-voto-al-buonsenso-per-alberto-fernandez-che-passa-al-primo-turno/), avvenuto in un contesto internazionale che si è rovesciato in pochi giorni.
Il Cile sembrava sul punto di esplodere (www.alganews.it/2019/10/22/cileni-in-rivolta-chiedono-le-dimissioni-del-presidente-pinera/). Una settimana prima c’era stata la vittoria di Evo Morales in Bolivia, ampiamente prevista dai sondaggi ma rovesciata da un golpe il 10 novembre (www.alganews.it/2019/11/11/bolivia-e-colpo-di-stato-dimissioni-di-evo-morales/), che aveva fatto sperare in un asse Argentina-Messico-Bolivia che avrebbe cambiato gli equilibri politici sudamericani.
Le cose sono andate diversamente (ha vinto la destra, sebbene di misura, persino nel piccolo vicino Uruguay) e questo renderà ancora più complicato il lavoro di Alberto Fernández, da oggi presidente argentino per i prossimi 4 anni: lotta alla povertà e all’esclusione sociale (www.alganews.it/2019/12/09/argentina-pronto-il-governo-di-alberto-fernandez-lotta-alla-poverta-in-primo-piano/), recupero dei salari reali (al punto più basso dal 2008 a oggi), rivitalizzazione del mercato interno e dell’industria nazionale. Il tutto, con il fiato sul collo del Fmi, pronto a battere cassa. La posta in gioco e le aspettative sono altissime, i margini di manovra ridotti.
Defilata per tutta la cerimonia, eppure presentissima, la ex presidenta Cristina Kirchner, oggi vice di Alberto, che con quel suo passo indietro nella candidatura ha reso possibile la vittoria. “Non si preoccupi delle pagine dei giornali, presidente” ha detto. “Si preoccupi di arrivare al cuore degli argentini”.
Nel suo discorso il nuovo presidente ha puntato all’identità tra democrazia, inclusione e crescita economica, per un’Argentina di nuovo “in piedi”. Ha citato Raúl Alfonsín, il presidente delle libere elezioni del 1983, dopo la caduta della dittatura. Ha fatto riferimento al femminismo e al “Ni una menos”, il movimento contro la violenza di genere nato proprio in Argentina. Ha parlato di lavoro e di economia popolare, ossia quelle forme di autorganizzazione nei quartieri fiorite dopo il default del 2001: mense popolari, laboratori di riparazione di oggetti che normalmente verrebbero buttati via, imprese recuperate dai lavoratori, attività informali familiari (per capirci, la signora che fa la pizza in casa e la vende sulla porta). Sono stati proprio questi settori popolari, con le loro pratiche, a fare la diagnosi economica corretta: la povertà non si vince con il
desarrollismo, il mito dello sviluppo, ma con il lavoro, possibilmente pagato correttamente. Nel 2019 si sono persi in Argentina 155mila posto di lavoro, uno ogni minuto e mezzo; sono 233mila dal 2017. Nel solo settore manifatturiero privato, dal 2015 a oggi, sono rimaste senza lavoro quasi 146mila persone. Nel 2019 il tasso di nuovi occupati è stato dell’1,8 per cento, il più basso dal 2002. Era del 2,3 per cento nel 2015, il momento peggiore dei due mandati di Cristina Kirchner, e del 3 per cento nel 2011, tanto da determinare la sua rielezione.
La crescita in sé (che comunque non c’è stata) non genera, a differenza di quanto previsto da Mauricio Macri, nessun “derrame”, nessuna ricaduta a pioggia verso il basso. È lo stato che deve agire da redistributore del reddito e indirizzare l’economia. Il resto del mondo lo chiama stato sociale. Solo in Argentina, e solo per i commentatori europei (quelli bravi), diventa improvvisamente populismo.