IL SALARIO MINIMO È LEGGE

DI PIERLUIGI PENNATI

Il salario minimo è legge, ma siamo solo in Svizzera, anzi, per l’esattezza nel Canton Ticino.

Allineandosi ad altri Cantoni, ma anche a Stati europei come Germania e Francia, il Parlamento ticinese ha approvato ieri sera una legge che con 45 voti a favore, 30 contrari e un astenuto, rende effettivo il risultato di un referendum avvenuto quattro anni fa, il 14 giugno 2015, su iniziativa dei Verdi che avevano chiamato la campagna “Salviamo il lavoro in Ticino!”.

Quella del Cantone è un’iniziativa diametralmente opposta a quella italiana del 2003, quando con la motivazione di salvare il lavoro, il governo Berlusconi II (Forza Italia, Alleanza Nazionale, CCD-CDU, Lega Nord e Nuovo PSI) volle abbassarne il costo con meccanismi di apertura del mercato della manodopera che furono previsti nella legge 30/03.

Il provvedimento italiano cancellava, tra le altre, una legge del 1960 che impediva ogni qualsiasi interposizione di manodopera e subappalto, aprendo la strada al caporalato, per il contenimento del quale è servita una nuova legge, ed ad altri fenomeni come il cosiddetto lavoro in prestito e quello temporaneo portando molti salari sotto la soglia oggi considerata di povertà, ovvero tra 800 e 1.200 euro al mese a seconda della regione di riferimento.

La ragione addotta in Svizzera per fissare il salario minimo proprio nella legge e non con altri strumenti, come quelli sindacali, è stata proprio questa, ovvero contenere alla radice il fenomeno della povertà prodotta pur lavorando che, secondo alcuni studi effettuati in passato, porta chi non guadagna abbastanza a ridurre le spese per vivere, iniziando dall’alimentazione ed i trasporti, per finire alla salute ed all’evasione fiscale, producendo una popolazione più debole, meno sana, con costi sociali maggiori e meno entrate fiscali a poterla sostenere.

Nei quattro anni seguiti al referendum voluto nel 2015 dai verdi ticinesi, non senza polemiche anche importanti, si era già avuto un primo effetto positivo, l’idea che il salario minimo fosse imposto per legge a tutti indistintamente aveva fatto ridurre l’utilizza di manodopera frontaliera che normalmente si accontentava di salari con anche il 25% di riduzione rispetto a quelli svizzeri, riducendo il dumping salariale, la disoccupazione e l’immigrazione in quello stato.

Seppur contenuti nell’entusiasmo, la cosa aveva attirato i pareri favorevoli di altri soggetti politici di peso nel Cantone, come la Lega dei Ticinesi, analogo della nostra Lega, che aveva favorito il procedere dei lavoro parlamentari fino all’approvazione di ieri sera quando il salario minimo, con un compromesso tra tutti i partiti, è stato fissato a 19,75 franchi/ora iniziali fino a 20,25 franchi/ora nel 2026, con un salario minimo mensile stimano di almeno 3.160 franchi (2.890€) che arriverà a circa 3.240 franchi (2.960€) al di sotto del quale il lavoratore è considerato incapace di sostentarsi dignitosamente.

Che in Svizzera si sia arrivati prima rispetto alla nostra nazione può essere considerato sorprendente se osserviamo la legge, infatti nella Costituzione Confederale Svizzera non sono previste norme speciali sulla retribuzione dei lavoratori, fissando solo nell’articolo 41 che “le persone abili al lavoro possano provvedere al proprio sostentamento con un lavoro a condizioni adeguate” e tutelandone la dignità solo genericamente, come nell’articolo 7 che cita “la dignità della persona va rispettata e protetta”, mentre in quella italiana è previsto una specifica tutela per i lavoratori nell’articolo 36 quando si afferma che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Anche il dato relativo sulla povertà è sorprendente, in Svizzera si stima che oltre l’8% della popolazione sia povera, cioè guadagna meno di 2.259 franchi al mese (2.065€) mentre in Italia i poveri con retribuzioni non adeguate sarebbero il 7,7%.

Ancora una volta gli Svizzeri arrivano prima, ovvero corrono ai ripari prima di entrare in emergenza e salvano i deboli, infatti vi è da osservare che a nulla sono servite le eccezioni  e le osservazioni delle imprese e degli istituti bancari circa un possibile default economico, il popolo viene prima e così è stato.

Nella nostra nazione, invece, il dibattito su di un salario minimo per legge da fissare a circa 9€/ora, 1.440€/mese per chi ha un lavoro stabile, si è arenato non solo per le rimostranze di imprenditoria e finanza, ma anche per la contrarietà dei sindacati maggiori, CGIL, CISL e UIL, che si sono detti sin dal principio contrari per non vanificare la contrattazione collettiva e tra gli invitati dal Governo ai tavoli di discussione solo USB, un sindacato di base, si è schierato per il provvedimento.

In attesa di conoscere se il nostro governo proseguirà la discussione è bello sapere che ci sono ancora stati nei quali la sovranità è ancora esercitata dal popolo e che viene utilizzata per il suo benessere e la sua dignità.