AFGHANISTAN, GRAN BRETAGNA, GRAN BRETAGNA-FRANCIA, ARABIA SAUDITA

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE
DI ALBERTO BENZONI

AFGHANISTAN, COME NASCONO LE “FAKE OPINIONS” E I DANNI CHE CREANO

Dopo una serie di vertenze giudiziarie, l’Amministrazione Usa ha reso noti tutti i materiali relativi al suo intervento in Afghanistan dal 2001 ad oggi. Forse perché tutti convergono nel giudicarlo fallimentare; e magari perché la “colpa” può essere equamente ripartita tra democratici e repubblicani. Per tacere dell’Onu e di un’infinità di paesi, tutti partecipi del grande esercizio di interventismo democratico.

Che sia stato fallimentare è evidente. Più di un trilione di dollari spesi dal 2002 a oggi. Poco meno di 50 mila morti civili (con una tendenza alla crescita negli ultimi anni), conquiste civili limitate ai grandi centri urbani, corruzione dilagante, quadruplicata la produzione di oppio, i talebani presenti e spesso in condizione di controllo in più di metà del territorio nazionale, un’elezione presidenziale tenuta a settembre e con appena il 30% di votanti, di cui ancora non si conoscono i risultati.

Ciò opportunamente ricordato, quello che emerge dai documenti è in primo luogo la criminale superficialità con la quale ci si è imbarcati in questa avventura. L’America aveva bisogno di reagire all’offesa intollerabile delle Torri gemelle. E non potendo prendersela con l’Arabia Saudita, grande incubatore dell’estremismo sunnita, doveva trovare subito un altro bersaglio. E allora si è puntato – classico caso di “fake opinion” creata dall’alto – sui talebani, selezionando arbitrariamente tra le varie informative disponibili, quella più conveniente. E senza alcuna riflessione strategica. E, successivamente, per 18 anni, si è andati avanti, per pura forza d’inerzia, con decisioni spesso contraddittorie tra loro e senza un reale confronto di opinioni.

Il fatto è che il problema sembra non interessare nessuno. Per l’ovvia ragione che i morti americani sono stati pochi: 4 mila in 19 anni; a fronte dei 58 mila che costò la guerra del Vietnam nel corso di 8 anni. E per la ragione, ancora più ovvia, che allora a combattere dovevano andare tutti; mentre oggi ci vanno gli “sfigati”.

GRAN BRETAGNA, IL FUTURO DEL LAVORO (E DELLA LOTTA DI CLASSE?)

I fedeli lettori del nostro Osservatorio (sempre che ci siano…) ricorderanno che, negli Stati Uniti, il numero dei “dog sitters”, 190 mila, risultava largamente superiore a quello dei metallurgici, 140 mila.

Oggi, “Le Monde” ci informa che, nelle stazioni di servizio inglesi, il lavaggio automatico delle auto è ora largamente sostituito dal lavoro umano; anche perché svolto da migranti e scarsamente pagato.

Un altro servizio alla persona. Un’altra stella in una grande galassia che, almeno nel mondo sviluppato, sta assorbendo, con assoluta prevalenza, la crescita dell’occupazione in questi ultimi anni. E che non si riesce a inquadrare in alcun modo nel discorso e nella riflessione politica.

GRAN BRETAGNA-FRANCIA: ANTISIONISMO E ANTISEMITISMO

Come ci riferisce “Le Monde”, alcuni deputati macronisti (con il sostegno, diciamo così, parallelo dello stesso Presidente e del suo ministro degli interni) hanno presentato un disegno di legge tendente ad equiparare antisionismo e antisemitismo. Per urtarsi però, e da subito, con una serie di ostacoli. Alcuni sono politici: l’ostilità al progetto della maggioranza dei deputati e all’interno stesso del loro partito; la protesta, che dico la messa in guardia contro la sua adozione di circa 130 professori e accademici israeliti; e, infine, la difficoltà, per non dire l’impossibilità, di configurare esattamente quello che è, a tutti gli effetti, un reato di opinione. E che, attenzione, è configurato come tale dagli stessi promotori della legge. Questi, infatti, si affannano a sostenere che questa non vuole assolutamente avere una rilevanza giuridica penale o civile (insomma niente processi, niente carcere o multe per i colpevoli di antisionismo); ma semplicemente l’obbligo per “chi di dovere” (poliziotti? insegnanti? comuni cittadini?) di segnalare il fenomeno, in modo da contrastarlo opportunamente. Il che dal punto di vista dei difensori della libertà di opinione (e anche nostro) è anche peggio: perché, se vai sotto processo puoi magari essere assolto; mentre se sei “segnalato”, sei marchiato una volta per tutte.

Il secondo ostacolo, anche questo dirimente, sta nel fatto che non c’è nessuna definizione ufficiale dell’antisionismo; nemmeno da parte delle organizzazioni ebraiche istituzionalmente preposte alla lotta contro l’antisemitismo. E non a caso: perché la disputa tra coloro che volevano o non volevano la nascita di Israele (tutta interna all’ebraismo) è stata risolta, una volta per sempre, dalla storia; perché tutti riconoscono, nemici storici compresi, che Israele è lì per rimanere; e, infine, perché, piaccia o non piaccia, l’Israele di oggi non ha nulla a che fare con quel socialismo nazionale che ha caratterizzato il progetto sionista.

E, allora, il problema esiste. Ma è tutto politico. E ha a che fare non con l’antisemitismo tradizionale, che rimane patrimonio dell’estrema destra, ma con Israele. E con l’atteggiamento che la sinistra, quella classica, ha nei suoi confronti. Nella maggior parte dei casi, come il mio, abbiamo una critica radicale della politica di Netanyahu (condivisa, attenzione, da una parte crescente, anche se non ancora maggioritaria, degli ebrei della diaspora e dall’opposizione israeliana); ma accompagnata dalla fiducia o magari solo dalla speranza in un possibile cambiamento di rotta. Negli altri, la perdita di qualsiasi speranza di cambiamento, si accompagna a un totale rigetto delle sue politiche e alla invocazione di sanzioni nei suoi confronti. Una posizione che, tanto per essere chiari, è sbagliata e controproducente e non ha nulla ha che fare con la nostra.

Ora è interesse di tutti, e non solo degli uomini di buona volontà, non fare di tutt’erba un fascio. Ma non certo di Netanyahu e della destra israeliana che ha invece tutto l’interesse a far credere che chiunque critichi l’attuale governo diventi, automaticamente antisemita.

Una menzogna che resta in piedi perché quasi nessuno, almeno in quell’Europa ancora formalmente impegnata a difendere l’ipotesi dei “due popoli, due stati”), ha il coraggio di contestarla apertamente.

Una menzogna che il disegno di legge patrocinato da Macron avalla esplicitamente. Peggio di un delitto, un grave errore.

LABURISTI E IL DIBATTITO SULLA SCONFITTA

Il partito laburista è stato clamorosamente sconfitto, perdendo buona parte del suo elettorato tradizionale. Sulle ragioni del disastro, i suoi dirigenti hanno esibito, da subito, clamorose divisioni. Per alcuni, il colpevole di tutto è Corbyn, come persona e come interprete di una linea politica. Per altri, la Brexit.

L’argomento principale e, a mio avviso, incontestabile che i secondi oppongono ai primi è che, con la stessa persona e lo stesso programma, neanche due anni fa, il partito aveva guadagnato tre milioni di voti e diecine di deputati.

Che cos’è cambiato, nel frattempo? La pubblica opinione, intossicata da una campagna di diffamazione assolutamente vergognosa, certamente. La Brexit, nel 2017 sullo sfondo, oggi centrale, certamente.

Ma il fattore decisivo è stato il radicale mutamento della natura dell’avversario. Del suo leader, della sua natura e della sua immagine esterna. In sintesi, al posto di un partito di destra classica e un po’ fanè; un partito populista. Leader disinvolto interprete del nuovo ruolo; un partito che concentra tutti i suoi sforzi nelle zone neglette del Centro e del Nord del paese promettendo all’elettorato laburista spese pubbliche senza limiti, nazionalismo anti immigrati e chiusura definitiva della questione Brexit.

A riprova di un dato che molti di noi tendono a dimenticare: che i temi dell’identità fanno sempre premio su quelli di classe. E che il populismo “sociale”, almeno nel breve periodo, è pressoché imbattibile: qualunque sia il suo avversario di sinistra.

ARABIA SAUDITA, L’AMICO SMARRITO

Chi ha dichiarato pubblicamente, pochi giorni fa, di ritenere inaccettabile qualsiasi accordo che non preveda il diritto dei profughi al ritorno?

Hamas? Hezbollah? l’Iran?

Sbagliate tutti. Perché è stata l’Arabia Saudita; solo pochi mesi fa garante e sostenitrice, senza se e senza ma, del piano di pace di Trump. Nel frattempo Ryad era stata colpita dall’attacco ai suoi impianti petroliferi; e dal fatto che il sullodato Trump non avesse minimamente reagito a sua difesa.

“Dai nemici mi guardi Iddio che dagli amici mi guardo io”. Un proverbio italiano, si dirà. Ma possibile che non esista l’equivalente in arabo?