RACCONTO DI UNA DONNA “VIOLENTATA” IN SALA PARTO

DI CLAUDIA SABA

Leggetela.
E mentre leggete, provate a pensare alle Donne come fonte di vita, anche tra mille difficoltà.
Pensate, se potete, che quando le toccate, le sminuite o le ridicolizzate, state umiliando chi ha trascorso momenti, giorni, mesi e anni con voi, anche soffrendo, pur di regalarvi il loro respiro.
Pensateci.

“Il cinque luglio dell’anno scorso ho messo al mondo mia figlia.
Di quella sera, io non ricordo i dolori del parto, ma i dolori del catetere e delle mani che mi tiravano e mi allargavano, lacerandomi. Non ricordo le parole di mio marito in sala parto, ma la sua frustrazione mentre vi chiedeva di evitare interventi inutili. Ricordo la paura di incontrare la stessa dottoressa che la sera prima, mi aveva rimproverata per aver rifiutato l’episiotomia ed essermi lacerata spontaneamente. Non ricordo di essermi sentita fiera del mio corpo, ma ricordo la delusione e l’amarezza nello scoprire i lividi sulla mia pancia lasciati dalla manovra di Kristeller, praticata senza che avessi nemmeno il tempo per rendermene conto.
C’erano tre ginecologhe in sala parto con me. Tre.
La prima, seduta tutto il tempo ad una sedia a guardare l’orologio, seccata perché non mi sbrigavo a partorire, che mi dice “signora, sono le otto meno cinque, ci sbrighiamo?”. Immaginate essere a cena in un ristorante, mentre il cameriere, scocciato, vi tira via il piatto del dessert da sotto al naso, dicendovi “eh signora, stiamo chiudendo, si sbrighi”.
La seconda, che leziosamente mi chiama “tesoro”, nel frattempo si aggrappa ad una cinghia, dall’altra parte del lettino, per scaricare tutto il peso del suo corpo sul mio addome, sulle mie costole, sui piedini della mia bambina che nel frattempo ce la sta mettendo tutta per nascere.
Una cinghia dall’altra parte del lettino.
Un lettino PREDISPOSTO per praticare la manovra di Kristeller.
Una manovra considerata pericolosa e non necessaria dall’OMS.
La terza, che senza nemmeno pensare di informarmi, ha la brillante idea di afferrare le forbici per praticarmi l’episiotomia. Mio marito che chiede “è davvero necessario?”. Lei che seccata si ritrova costretta ad ammettere che non c’è sofferenza fetale, e quindi no, non è necessario (ma le avrebbe permesso di sbrigarsi prima).
La mia bambina è nata alle 22:05, senza episiotomia; senza ulteriori manovre. Ha pianto subito. È nata sana.
Mio marito chiede di darla subito a me. Le dottoresse non gli rispondono, affrettandosi a tagliare il cordone e sbolognando la questione ai pediatri.
Ho tenuto la mia bambina sul petto per meno di un minuto, prima che me la portassero via per visitarla e lavarla.
Appena mio marito esce dalla sala parto, la seconda dottoressa ne approfitta per scaricare tutta la sua frustrazione sulla mia placenta, spremendomi dolorosamente l’utero. Inutile dire che già cominciavo ad avvertire le contrazioni che mi avrebbero permesso di partorire naturalmente la mia placenta.
Non dico niente.
La terza dottoressa, sarcasticamente mi chiede se ha il permesso di mettermi i punti. “Si ricorda adesso del consenso informato!”, penso, sempre con sarcasmo; ma non dico niente. Mentre mi inietta l’anestetico locale, mi dice “Contenta? Ti sei lacerata tutta!”. “Che domanda stupida”, penso. “Come se l’episiotomia non fosse una lacerazione”, penso.
Ma non dico niente.
Mi chiede che lavoro faccio, le rispondo con un filo di voce che sono una traduttrice; mi chiede se i miei clienti mi dicono come fare il mio lavoro. “Sono tenuta ad ascoltare e rispettare le richieste dei miei clienti”, penso.
Ma non dico niente.
La prima dottoressa, quella che seduta ad una sedia sbuffava impaziente, mi dice “signora, si rende conto che il nostro turno finiva alle otto, e sono le dieci passate?!”.
Non dico niente.
Le risponde la prima dottoressa, commentando mentre guarda l’orologio: “che bella giornata di merda”.
Il giorno in cui ho dato alla luce la mia bambina.
Il giorno più bello della mia vita.
Una bella giornata di merda.
Le prime due dottoresse vanno via. Finalmente.
Mi spostano dalla sala parto alla sala travaglio, dove rimango per le tre ore successive a fissare il soffitto e ad ascoltare la terza dottoressa che si preoccupa dell’eventualità che mio marito decida di denunciare l’ospedale per il fatto che mi sono lacerata spontaneamente, avendo io rifiutato l’episiotomia. “Che stupidaggine”, penso, “al massimo dovrei denunciarli perché stavano per farla senza chiedere il mio consenso”.
Ma non dico niente.
La dottoressa vuole scriverlo nella cartella clinica, per specificare che è tutta responsabilità mia. “Scrivessero quello che vogliono”, penso, “ma se scrivono che ho rifiutato l’episiotomia dovranno anche scrivere che non era necessaria, forse”.
Ma non dico niente.
Ripenso al cartellone affisso nella stanza dove si effettuano i tracciati, a pochi passi da me, dove è riportato un riassunto delle 56 raccomandazioni dell’OMS sull’assistenza alla gravidanza, al parto e al neonato; le stesse raccomandazioni che io ho letto, tradotto e studiato per prepararmi a questo giorno, e che più volte sono state ignorate nelle poche ore appena trascorse. Voglio alzarmi ed indicare ad uno ad uno i punti che mi riguardano, ma non ho le forze;
non dico niente.
Non ho detto niente. Sono rimasta muta mentre voi violentavate il mio corpo ed il mio spirito, perché ero spaventata; mi facevate paura. Si chiama freezing, il fenomeno per il quale le vittime di violenza non riescono a reagire, o a chiedere aiuto o ad opporsi al proprio violentatore.
Voi, che eravate i miei medici; che avreste dovuto aiutarmi; alle quali avrei dovuto affidarmi per rendere il mio parto un’esperienza positiva da ricordare con gioia…voi, mi avete fatto paura. “Signora, perché lei è così diffidente?”, mi ha chiesto la terza dottoressa a un certo punto.
In terza giornata, la sera prima di tornare a casa con mio marito e la mia bambina, il mio utero ha espulso un pezzo di garza che era stato lasciato lì mentre venivo ricucita.
Nessuno mi ha spiegato niente; nessuno mi ha detto che cos’era e perché era lì. Mi hanno detto che era tutto normale.
Se lo avessi saputo, avrei risposto che è per questo che sono così diffidente. Avrei risposto che mentre mi trovavo in ospedale, in quello che viene definito “ambiente protetto”, mi sono sentita umiliata, spaventata, sminuita, presa in giro e mortificata.
Voi siete medici. Sapete cosa è meglio per i vostri pazienti. E so che pretendete il meglio per voi stesse e per i vostri cari, quando tocca a voi e a loro affidarsi agli ospedali. Voglio che immaginiate che su quel lettino, al posto mio, ci fosse stata vostra figlia, vostra sorella o una vostra amica.

Somministrazione di ossitocina sintetica.
Manovra di Kristeller.
Episiotomia.
Spremitura manuale dell’utero.
Violenza verbale.
Disattenzione.
Arroganza.
Presunzione.
Questo è ciò che vostra figlia, vostra sorella o la vostra amica avrebbero subito, se fossero state al posto mio”.

Dopo aver letto queste parole, mi sono tornati alla mente i miei parti.
Ho ripensato alla vergogna.
All’abbandono che ho avvertito.
Ho sentito la stessa umiliazione, lo stesso dolore e la stessa impotenza provata allora, quando tutto mi era apparso normale.
Perché è normale per noi donne soffrire, sopportare il dolore, sacrificarci.
Andare avanti nonostante tutto, trattenere il dolore aspettando che tutto finisca.
È quello che ci hanno insegnato sin da quando siamo nate.
E siamo diventate troppo pazienti, troppo tolleranti, troppo sensibili.
Ci siamo assuefatte al male.
Oggi, non è più possibile tollerare questa barbarie nei confronti delle donne.
Oggi, dobbiamo iniziare a dare un nome a tutto questo.
Si chiama arroganza.
Abuso di potere su chi è più fragile, ha paura e non può difendersi.
Cattiverie agite troppo spesso, da chi gode nel tenere in pugno l’altro, da chi sa di avere potere in quel momento e lo usa per sfogare sull’altro, le proprie frustrazioni.
Non si fa.
Non è lecito.
È illegale.
È violenza.