ALLE SARDINE RIMPROVERANO DI NON AVERE UN PROGRAMMA

DI ALESSANDRO GILIOLI

Alle povere Sardine rimproverano di non avere un programma, come se non fosse grandiosamente programmatica la loro misteriosa propensione all’educazione.

In entrambi i sensi della parola: correttezza nei comportamenti e rispetto per gli altri, ma anche istruzione, scuola, cultura.

Sul primo dei due versanti del vocabolo veniamo da anni di degrado e imbarbarimento del linguaggio, cioè del ragionamento prima ancora che delle parole dette o scritte.

Quindi di fatto le Sardine si prefiggono una vera e propria rivoluzione: sottrarre l’egemonia culturale agli arroganti, agli insolenti, ai cafoni. Dev’essere per questo obiettivo – effettivamente un po’ lunare – che i ragazzi in piazza vengono definiti utopisti.

Sul secondo versante, poi, il rovesciamento sarebbe ancora più radicale, visto che da trent’anni il mainstream vuole che sculettare davanti a una telecamera sia meglio che imparare, apparire meglio che essere, e comunque “io non prendo lezioni da nessuno” (così restando, è logico, ignoranti per sempre).

Intanto il possibile ritorno all’educazione come valore è visto con molto sospetto dai miei coetanei boomers, che in effetti qualche responsabilità nella sua sparizione ce l’hanno (ce l’abbiamo), né è educatissimo il fatto che si sia lasciato ai figli un Paese in declino e un pianeta in estinzione – per non dire di precarietà e pensioni.

Ecco, forse è proprio da tutto questo passato e presente che le Sardine si vorrebbero e-ducare, nel senso etimologico del termine: portarsi fuori.

Se non altro per istinto di sopravvivenza, dato che – come diceva Asimov – il futuro o sarà educato o non sarà.