SE CURARSI È UN LUSSO E IL SUICIDIO DIVENTA ECONOMICAMENTE VANTAGGIOSO

DI MARCO MILIONI

Nel ricco Nordest un malato di distrofia si dice pronto a chiedere l’eutanasia assistita in Svizzera perché non ha i mezzi per affrontare con dignità la vita di tutti i giorni. E così da giorni il caso di Stefano Gheller, un 44enne di Cassola, piccolo comune vicentino alle porte di Bassano del Grappa, sta arroventando il dibattito nell’opinione pubblica. È stato Il Giornale di Vicenza a dare voce all’uomo che peraltro vive una condizione familiare che lascia poco scampo, poiché sia la madre sia la sorella sono ugualmente malate. Al quotidiano berico Gheller ha spiegato di avere dato il via ad una colletta di diecimila euro per raccogliere i fondi con il fine ultimo di potere andare a morire in Svizzera mediante eutanasia assistita. Si tratta di una vicenda se si vuole al limite che però obbliga chiunque ad un paio di riflessioni.

Uno, seppur rispettosi dei requisiti minimi previsti dalla legge, gli standard assistenziali garantiti dagli enti pubblici (Regione Veneto in primis, cui si può sommare l’intervento statale e quello del comune), non sono stati in grado di soddisfare le esigenze di Gheller, che si è trovato in una situazione che pezzi dell’opinione pubblica hanno definito «agghiacciante». Un giro sui social network dei residenti del comprensorio è più che sufficiente per farsi una idea. Il fatto che l’assessore regionale alla salute (si tratta della leghista Manuela Lanzarin, che è originaria proprio del Bassanese), abbia chiesto in fretta e furia una relazione dettagliata all’Ulss di competenza e soprattutto che si sia precipitata a dire che la Regione abbia intenzione di allargare i cordoni della borsa dal momento in cui ha previsto «di rivedere tutto il programma sui carichi assistenziali delle cure domiciliari» la dice lunga sulla situazione che il comparto socio-assistenziale del Veneto sta vivendo da anni.

E se si guardano con attenzione gli annali si potrà notare come la regione che fu della Serenissima, dal Dopoguerra ai primi anni ’80 la pancia della balena bianca democristiana, sul finire degli anni Settanta avesse dato vita ad un modello invidiato in mezza Italia. Un modello di eccellenza, che al netto degli sprechi e delle malversazioni dell’epoca, aveva trovato la sua forza nel coniugare l’aspetto sociale con quello sanitario. Sul finire degli anni ’90 quando il centrodestra prese il sopravvento inglomerando al suo interno il vecchio apparato Dc rumoriano e doroteo, la sanità pubblica cominciò a cambiare pelle. Venne dato un impulso senza pari alla iniziativa privata. Si cominciarono a costruire ospedali con lo strumento del project financing. Ed ora i conti della sanità veneta cominciano a diventare incerti. Un impulso del genere, cominciato con l’allora governatore azzurro Giancarlo Galan, è proseguito con l’attuale presidente della giunta regionale il leghista Luca Zaia.

Per capire quanto i veneti siano preoccupati di questo aspetto basterà fare riferimento alla protesta che a Schio, sempre nel Vicentino, a metà novembre ha visto una fiumana di quattromila persone marciare per una decina di kilometri contro lo stravolgimento dei servizi socio-sanitari dovuti alla realizzazione di un ospedale costruito con la formula del project financing (privati che costruiscono, «pubblico che paga un canone annuo salatissimo») che sta drenando a morte le risorse dell’Ulss. Il malcontento si è spinto così in avanti che alla manifestazione, organizzata da una lista civica di sinistra, ossia Coalizione civica, hanno aderito tutti, compresi quei settori della politica e della società che per anni si erano battuti perché ai privati la Regione Veneto proponesse ponti d’oro: vale dire Pd e Fi. Addirittura la Confindustria di Vicenza, da sempre alfiere strenuo del project financing ha aderito all’evento: unico assente di peso il Carroccio.

Ma c’è una seconda riflessione che va fatta. Nel 2017 in circostanze non troppo dissimili i media nazionali parlarono del suicidio assistito in Svizzera dello speaker radiofonico padovano Loris Bertocco. «Molti, forse troppi vogliono ignorare il grido di dolore dell’attivista – così scrivevo su Alganews.it del 18 ottobre 2017 – che ha preferito la morte non a causa di un destino ineluttabile, ma a causa di un sistema assistenziale non adeguato. Questo è il punto per il quale il mondo cattolico, specie quello conservatore è rimasto colpevolmente in silenzio. Quasi che un gesto di comprensione delle reagioni di Loris avrebbe significato il mettere in discussione assetti di ordine economico che pure la chiesa (ormai?) considera santuari inviolabili. Va aggiunto un altro aspetto. Nel suo testamento-j’accuse Bertocco denuncia una incapacità da parte della Regione nei decenni di assistere le persone come lui con l’adeguato supporto per chi oltre alle atroci sofferenze deve convivere con una situazione familiare critica e con risorse economiche nemmeno lontanamente sufficienti a soddisfare il bisogno». L’impressione è quella di un ennesimo e imbarazzante déjà-vu.

E sarà pure una coincidenza (difficile pensare che il fato si accanisca su chi siede in consolle alla radio) ma una vicenda simile aveva toccato la madre di un altro speaker padovano, ma residente sempre nel Bassanese: ossia Franco Ghirardello. Le difficoltà per trovare un istituto adatto alla madre molto malata del conduttore radiofonico, fecero il giro del Veneto. Anche in quella occasione la situazione si risolse dopo l’annuncio. Ora se per giungere a qualche straccio di risultato si deve sempre muovere la stampa, al di là dei meriti di quest’ultima, quando viene risolto un singolo problema, c’è qualche cosa che non funziona a livello di sistema. E se si porta lo sguardo indietro nel tempo non c’è da stare allegri in terra veneta. Basti pensare allo scandalo delle liste d’attesa taroccate di cui ha parlato anche Alganews.it per non parlare sulle ombre che da mesi aleggiano sul comparto in relazione al cosiddetto affaire Montisci-Mantoan che da mesi tiene banco anche sui media nazionali.