SE QUESTO CAPITALISMO AVESSE UN’ANIMA

DI ALESSANDRO GILIOLI

Gentile Presidente della Repubblica,

scrivo a Lei in quanto rappresentante di tutto il popolo italiano e lo faccio a nome della Società che presiedo, d’accordo con l’amministratore delegato e – naturalmente – gli azionisti.

Ci siamo visti, tutti quanti, in questi giorni di ferie durante i quali i nostri legali preparavano le carte contro la revoca delle concessioni alle “nostre” autostrade.

Ci siamo visti a casa di uno di noi, in centro, con l’idea di farci gli auguri, salutarci, cose così. Senza cravatta, fuori contesto ecco.

Ci siamo visti e naturalmente, a poco a poco abbiamo iniziato a parlare di tutto.

Delle nostre vite e del loro senso, certo; dei nostri figli, nipoti, bambini – sa, è Natale.

Ma poi – era inevitabile – anche delle donne, degli uomini e dei ragazzini morti sul ponte Morandi.

Come Samuele, che non aveva nemmeno otto anni; Crystal, che ne aveva nove e stava andando in vacanza all’Elba; Manuele, di 16, che da grande voleva fare il ciclista.

E poi le coppie, come quella che si era appena sposata, Claudia e Andrea.

O i lavoratori come Mirko, il portuale che a Ferragosto stava andando a Voltri per il suo turno di scarico; Luigi, che da dieci giorni aveva trovato un posto fisso a MondoConvenienza e per questo toccava il cielo con un dito; e i camionisti, Gennaro, Marion o Anatolij, venuto dalla Moldavia per morire sul nostro ponte.

Li abbiamo elencati tutti, anche gli altri, ne abbiamo visto e rivisto i volti e le storie su un sito, ne abbiamo parlato fino a notte fonda.

E poi di noi, di noi abbiamo parlato.

Di chi ha sbagliato tra i nostri dirigenti, di come ha sbagliato, probabilmente sbagliando proprio per fare piacere a noi – top manager e azionisti – per eseguire ordini che noi non avevamo mai dato ma di cui comunque ci sentiamo corresponsabili perché quegli ordini erano nell’aria, nell’ambiente, nel modo in cui funzionano le cose quando l’unico obiettivo è il profitto.

Corresponsabili, non responsabili unici, s’intende: perché chiunque abbia sposato quel modo pensare lì – ce ne scuserà Presidente – in qualche modo la sua fetta di responsabilità ce l’ha, in quell’aria, in quei morti – e negli altri che ci sarebbero potuti essere, in altre strade, in altri viadotti.

Ma noi, noi ne siamo più direttamente corresponsabili, certo, perché quell’autostrada era la nostra, ed era a noi che la società italiana tutta – insomma il popolo, attraverso lo Stato – l’aveva affidata perché la mantenessimo sicura.

E così non è stato, sicura non era.

Bene, Presidente, non la faccio lunga più di così.

Arrivato il mattino, ebbri di tristezza e spossati dall’ora e dalle parole rimaste in piedi accanto a noi, ci è sembrata completamente assurda l’idea che adesso – dopo quei morti, quelle telefonate di bugie, gli errori e le incurie, e anche dopo gli altri incidenti sfiorati – davvero ci mettiamo a ingaggiare una battaglia contro lo Stato, cioè contro tutta la società italiana, per incassare altri 23 miliardi di penale per la revoca.

Sì, magari strapagando bravi avvocati vinceremmo anche, o troveremmo un conciliazione molto conveniente per noi, ma non ce la sentiamo proprio, non ce la sentiamo più.

Non ce la sentiamo proprio di chiedere 23 miliardi a un popolo che attraverso lo Stato ci ha concesso di fare profitti chiedendo in cambio sicurezza, e noi quella sicurezza non l’abbiamo data, e 43 persone sono morte. E adesso noi – davvero – a quel popolo, a quella società, ci mettiamo anche a chiedere 23 miliardi di euro?

Ma per carità, Presidente.

Quei 23 miliardi vadano in scuole, ospedali, pensioni, quello che vorrà Lei. Siamo certi che li farà adoperare al meglio.

Per noi è un nuovo anno, una nuova vita, una nuova coscienza.

E – resti tra noi – stiamo molto meglio così.