I TAGLIEGGIATORI E IL LORO CAPO

DI ALESSANDRO GILIOLI

Tra pochi giorni uscirà “Hammamet”, il film di Gianni Amelio sugli ultimi mesi di Craxi, che mi dicono piuttosto indulgente ma che sono comunque curioso di vedere.

Intanto sui media e sui libri è già un tripudio di commemorazioni – a 20 anni dalla morte – quasi tutte revisioniste.

Oggi su un quotidiano ne ho letta una molto lunga in cui si rivisitava tutta la parabola di Craxi senza nemmeno un accenno alla corruzione sua e dei suoi sodali: come se non ci fosse mai stata. Altri ne esaltano il “grande disegno politico”, il “riformismo moderno”, il “coraggio di Sigonella” etc.

Per carità, ci sta: e la realtà non è mai tutta bianca o nera. Personalmente poi vengo da una famiglia che votava tutta socialista – almeno finché non ci si era resi conto di come il Psi a Milano fosse diventato un’associazione di potere e d’affari illeciti finalizzati all’arricchimento personale e alla sua esibizione.

La distanza spaziotemporale, oggi, fa il resto: diversi di quelli che scrivono in questi giorni non hanno vissuto personalmente la Milano degli anni Ottanta, quella dei vari Pillitteri, Schemmari, Armanini, Larini, Manzi, Radaelli, Dini … Nomi perlopiù sconosciuti ai giovani, i quali se sanno qualcosa di Craxi pensano solo a lui, Bettino: mentre dietro – o subito sotto – c’era una banda di cui alla fine Mario Chiesa era solo l’ultimo picciotto.

Chi non ha vissuto quella Milano lì non può conoscere l’aria che vi si respirava. Opprimente, avvelenata, arrogante.

Chi non ha vissuto quella Milano non può sapere sotto quale cappa di potere, intrecci, denaro, relazioni e corruzioni fosse soffocata la vita di ogni giorno.

Chi non ha vissuto quella Milano lì fa presto a parlare del Craxi “statista”, non avendone visti i tentacoli in azione nella quotidianità, nel lavoro, nelle carriere, negli appalti, nei media, nella cultura, nella cosa pubblica.

Tentacoli che taglieggiavano ogni giorno la città e il Paese per poter ostentare ricchezza, carte di credito Gold e aperitivi al Gin Rosa, cene al Matarel e notti in discoteca – e tante modelle postadolescenti al braccio di sessantenni grassi in cravatte Regimental e profumi Penhaligon’s.

Tutto, appunto, taglieggiando sui beni comuni e arrivando a inventarsi opere pubbliche pur di continuare a taglieggiare (Armanini, dopo aver finito di lucrare sui camposanti dei cristiani ideò i cimiteri per cani e gatti, pur di avere nuovi appalti da cui attingere: e non era un caso limite).

Tutti lo sapevano, in città.

Così come sapevano che il tale era diventato primario o caporedattore o amministratore delegato solo perché era nel giro giusto, quello del Garofano, e chi dal giro era fuori doveva attaccarsi o tentare di entrarci, piegando il capo alla ragnatela degli onnipotenti, come poi in effetti non pochi hanno accettato di fare.

Tutti lo sapevano ma erano in pochi, pochissimi a dirlo. Come Basilio Rizzo, Gianni Barbacetto e Nando dalla Chiesa, isolatissimi. E un giovane missino (sì, bisogna dirlo: un missino), Riccardo De Corato. Gli altri, complici o inerti, anche nel Pci milanese, quello “migliorista”, quello che editava “il Moderno” coi soldi di Fininvest, Ligresti e Gavio.

Era la Milano dove “se cerchi casa non è un problema, basta conoscere un socialista”, come ironizzava Luca Barbarossa. Era la Milano del “peggior partito socialista d’Europa”, come più tristemente constatava Giorgio Gaber.

Ecco, tutto posso perdonare a Craxi – le mazzette Eni e Mm, il Caf, i favori a Berlusconi e perfino i fischi a Berlinguer – ma non di avere reso impronunciabile, con la sua corte orgiastica e sfrenata, quella bellissima parola lì, che doveva essere eterna: socialista.

Facendola traslocare, come diceva Enzo Biagi, da Turati a Turatello.