HAMMAMET DI AMELIO. GLI ULTIMI GIORNI DI CRAXI TRA SPIEGONI E COLPI DI SONNO

DI LUCA MARTINI

La recensione contiene spoiler ma non contiene giudizi politici su Craxi, qui si parla solo di un film.

Bettino Craxi, appunto. Ultimi giorni di Hammamet. Fine della prima Repubblica (forse) e di un leader minato dal diabete. Ultimi giorni lunghi e tediosi, inutili, di esilio o latitanza, in senso tecnico.

Gianni Amelio (regia, soggetto e metà sceneggiatura) li inquadra in una cornice scontata e farlocca – il rapporto con un giovane pazzo, figlio di un vecchio e puro compagno socialista – e poi si da allo spiegone mascherato, che c’è ma dovrebbe essere redento dall’Arte-polpetta avvelenata per l’Occhio.

Ci sono in Hammamet le stanze di vita quotidiana – la Figlia Guerriera e la Moglie Svagata – e una serie di siparietti, dall’intento didascalico, in senso politico e umano, dato che appaiono personaggi simbolici, il Capo dell’Altro Partito, il Nipotino garibaldino, il Figlio mediatore, gli Italiani scesi da un pullman che riconoscono il leader e si inferociscono, l’Amante che prende stanza all’hotel di Tunisi per l’ultimo (o qualcosa del genere) abbraccio.

Bettino (mai nessuno lo chiama così) tiene duro, si inacidisce, ringhia, sprofonda, si racconta, svicola, si ingozza (occhio agli zuccheri), fa calare sul tutto la maschera di uomo duro e deluso – e sotto la maschera e la pelata, con raccordo visibile sulla fronte, suda un mimetico Pierfrancesco Favino – per due ore e spiccioli. Intanto il maestro Nicola Piovani morriconeggia con la soundtrack o scompone in tanti pezzettini lirici l’Internazionale, che abbiamo sentito cantare nella scena iniziale, il trionfo del congresso con piramide di Panseca.

Dopo i tanti film politici da Bagaglino ante litteram e quelli, innovativi, con il personaggio trasformato in mood (l’Andreotti e il Berlusca di Sorrentino), Amelio sceglie una tranquilla terza via. Il realismo simbolico. Ma annoia molto e va spesso a sbattere nell’inconcludenza scrittoria, nella povertà visiva e nel russio dello spettatore.

Abbiamo rivisto volentieri il grande Omero Antoniutti nei panni del Padre ma rinunciavamo volentieri all’Ultimo Sogno Felliniano di Craxi al Varietà. E alle High Windows di Larkin citate e inquadrate nel finale e rotte da una fiondata metaforica del piccolo leader in forma di Bettino-Pierino.

Un docu di mezz’ora, no?