IL CROCEFISSO GIOTTESCO DELLA COLLEZIONE PERKINS A PERUGIA

DI VANNI CAPOCCIA

 

Il crocefisso Perkins è di gran lunga la più importante tra le opere della collezione Perkins donate alla Galleria Nazionale dell’Umbria; nel guardarlo bisogna immaginarlo con un Pellicano in alto di cui è ancora visibile il nido, due figure ai lati del braccio orizzontale della croce.

Soprattutto va pensato con un’altra decorazione sotto il fondo oro, frutto d’un pesante restauro che dà di Gesù in croce un effetto “figurina” di carta ritagliata e incollata nel supporto. Sgombrato dagli occhi quell’oro si vede una croce che dimostra ben appresa la lezione di Giotto. Lo chiariscono Il corpo di Cristo in croce, un corpo vero con le palpebre chiuse gonfie di morte e i tendini delle braccia tesi dal suo peso senza vita; la naturalezza con la quale il perizoma aderisce al corpo ed è teso dal ginocchio destro e gli svolazzi della stoffa mossa dal vento; il sangue di Cristo che dai piedi fiotta copioso sul Golgota quasi zampillando sulla pietra prima di finire sopra il teschio d’Adamo ben inserito in una grotta che gli fa da nicchia.

Crocefisso d’un pittore per il quale non bisogna cercare punti di riferimento tra altri e più noti giotteschi come Taddeo Gaddi, ma da considerare opera d’un maestro cui va riconosciuta autonoma dignità per il dolore contenuto che emana il corpo di Cristo e per le sue “volute semplificazioni che portano l’immagine a risplendere solo per il suo profondo e sapiente naturalismo, senza eccessi o esasperazioni” (Rosaria Mencarelli). Al punto che non pare peregrina l’idea di attribuirlo come propose Volpe a un determinato artista il “Maestro della croce Perkins” iniziando a creare attorno al crocefisso di Perugia un piccolo corpus di sue opere.

 

(Foto Galleria Nazionale dell’Umbria)