LA DIALETTICA SERVO PADRONE NELL’ULTIMA PELLICOLA DI KEN LOACH

DI COSTANZA OGNIBENI

Assunto con un contratto da free lance da una grande azienda di logistica, Ricky Turner è un quarantenne come tanti: un trascorso da factotum e una famiglia di cui occuparsi. Il nuovo lavoro si presenta sotto i migliori auspici e la prospettiva di una stabilità economica comincia finalmente a prendere forma. Certo, le condizioni lasciano qualche perplessità: ferie, malattia, orario, e insomma tutti i diritti acquisiti attraverso secoli di lotte sono automaticamente cancellati dalla forma contrattuale che crea il paradosso di un libero professionista dipendente, a cui si aggiunge la necessità di procurarsi un furgone di tasca propria, per il quale occorrerà vendere l’auto della moglie, con tutte le complicazioni del caso. Ma la promessa di un buon guadagno è troppo ghiotta per non sottoporsi a qualche piccolo sacrificio.

“Sorry we missed you” è  la nuova pellicola diretta da Ken Loach, e i risvolti della vicenda di Ricky, come quelli di tanti lavoratori dell’era 2.0, sono ahinoi prevedibili: sfruttamento, ingiustizie, turni di lavoro destinati a divenire super-turni di 14 ore. E un computerino di bordo atto a controllare ogni singolo movimento. Stress, stanchezza, nervosismo non tardano ad arrivare, insieme alla totale perdita di rapporto con la famiglia, specie con il figlio Sebastian, sedicenne, ribelle, polemico. In una parola, adolescente.

“È il paradosso di essere un lavoratore autonomo e precario insieme” racconta il regista britannico in un’intervista al Sole 24 Ore “Il boss spiega la situazione con grande chiarezza a Ricky: lo sfruttamento è una logica imposta da un corretto funzionamento del capitalismo e se non impone agli autisti di diventare lavoratori autonomi e quindi di perdere tutte le tutele del lavoratore dipendente, altre società prenderanno il suo posto e lui resterà senza la possibilità di continuare la sua attività”.

Presentato alla 72° edizione del Festival di Cannes, il film è approdato da pochi giorni nelle sale italiane. Ken Loach  ancora una volta svela la sua identità di animale politico dietro quella di artista, ma al di là dei meriti e della consueta pioggia di applausi, una volta comparsi i titoli di coda, un insolito nodo alla gola accompagnerà gli spettatori di ogni status e classe sociale verso l’uscita. Dal medico al meccanico, dall’avvocato al tassista, chiunque si sentirà in qualche modo coinvolto nella storia del piccolo trasportatore e verrà inevitabilmente attanagliato da un’insolita, inspiegabile angoscia.

È la parabola della vittima e del carnefice che ancora una volta ci viene presentata come destino ineluttabile dell’uomo, in quanto identità insite nella sua stessa natura. O sei servo o sei padrone, e il meglio a cui puoi aspirare è che da sfruttato diventi un giorno sfruttatore, presentando gli attori della dinamica come le facce di una stessa medaglia. Perché c’è una complicità, un tacito accordo stipulato da ambo le parti per far sì che questo destino si autoalimenti e protragga nel tempo: servo e padrone perdono completamente di vista il rapporto interumano; quest’ultimo trattando i propri dipendenti come macchine; il primo perdendo di vista la propria vita privata e i propri affetti, nel disperato inseguimento di una chimera a cui sacrifica ogni cosa, dalla libertà della propria moglie, al rapporto con i propri figli. Una perdita che gli costerà la scomparsa della propria vitalità, indispensabile per poter operare una valida ribellione.

Una pellicola densa di spunti, alla fine della quale vien da chiedersi se sia davvero possibile lottare per la sopravvivenza a scanso di qualcos’altro. Se sia davvero possibile risolvere i problemi di budget familiare senza tener conto di altre dimensioni, altrettanto importanti. Qualcuno diceva che una volta liberato dei propri bisogni, l’essere umano potrà occuparsi delle proprie esigenze, ma è davvero possibile che i due eventi si svolgano in momenti differenti? Forse la sinistra dovrebbe cominciare a pensare che le due sfere sono strettamente connesse, e che sacrificarne una comporta automaticamente il sacrificio dell’altra, creando un circolo vizioso che si traduce in una spirale di eventi uno più drammatico dell’altro, dalla quale sembra impossibile uscire.

E allora, non sarà forse questo il passaggio che quella sinistra di cui Ken Loach si fa portavoce deve affrontare? Non sarà forse questa la famosa “perla delle perle” che il fondatore della teoria su cui la lotta operaia si erge afferma di aver sempre cercato invano e non essere mai riuscito a cogliere?