MERITA IL MOLISE TUTTI GLI ELOGI DEL NEW YORK TIMES? NO, DI PIU’

DI ALBERTO TAROZZI

Stupore. Il New York Times colloca il Molise tra le mete turistiche da non perdere, per il 2020, al numero 37 tra i 52 luoghi segnalati. Scoperta made in Usa. E voi che non ve n’eravate accorti. Urge rimediare. E allora giù tutti, da bravi ribollitori delle pappe altrui, a ripetere le parole del quotidiano statunitense. Magari rievocando qualche gag in rete da anni, come quella del Molise che non esiste. Divertente, ma ha a che fare con l’informazione sul Molise di oggi come le barzellette sui tedeschi di Berlusconi hanno a che fare coi problemi dell’Unione europea.

Citati, per esempio dal Corsera, Di Pietro, De Niro e Tony Dallara. Un bel tris d’assi per dipingere l’aria fritta.

Andiamo oltre, ci vuole poco. Da cosa nasce questo improvviso riconoscimento. Ipotesi fantamediatica e non verificabile: qualche molisano nel mondo si è infiltrato nella redazione del NYT. Non impossibile, a Chicago ci sono più molisani che a Campobasso, ma rimane solamente un’ipotesi. Meglio restare ai fatti.

Del Molise, sul NYT, vengono enunciati una serie di pregi, sul versante turistico. Questo è l’oggetto della classifica: quindi da rimandare ad altra sede considerazioni critiche su politica,sanità ecc che pure non vanno dimenticate.

Sono meritati gli elogi? Riteniamo di sì, anche se la loro elencazione assomiglia troppo ad una sequenza di immagini ad uso di un dépliant turistico. Ma forse era obbligatorio segnalare spiagge e monti per attirare i gitanti non troppo curiosi. Altrettanto obbligatorio segnalare gli eventi di maggiore rilievo, legati alle culture locali,  come le corse dei buoi (“Carraie”) del Basso Molise e la processione con le alte torce ad Agnone. Sacrosanto mettere in cima alle segnalazioni il sito archeologico di Sepino, il trenino che porta a Sulmoma e il borgo antico sul mare che proietta Termoli sull’Adriatico.

Oltre agli elogi meritati si accusano però anche omissioni che conferiscono al tutto un sapore di originalità abbastanza contenuta,  quando il gusto della scoperta potrebbe e dovrebbe condurre oltre. Perché Campobasso non è solo il castello di Monforte, ma anche un labirinto di stradine che si inerpicano sulla montagna per raggiungerlo. E Ferrazzano non è solamente la patria di De Niro ma uno dei borghi più belli d’Italia. Quanto ad Isernia nel suo centro storico, sopravvissuto ad un bombardamento micidiale dell’Usaaf, non esiste solo la Cattedrale ma un nugolo di vicoli che, tutti illuminati, nelle sere estive, regalano le atmosfere di un tempo che pare essersi fermato.

Ma soprattutto è il territorio, che prende il sopravvento sul monumento singolo, per farsi complesso di strutture antiche e paesaggio degli architetti di ieri e degli abitanti di oggi. Una ventina di castelli o giù di lì, che affiorano dalle colline quando meno te li aspetti. La sorpresa della città di una volta (Agnone) rimpicciolita quanto a numero di abitanti ma sempre grande nella sequenza delle sue chiese di secoli più o meno antichi. Il segno di un’Abbazia, quella di San Vincenzo al Volturno, inserita in un complesso monastico benedettino che trasse beneficio dalle concessioni di Carlo Magno nell’era in cui i Longobardi erano padroni della zona.

Segni dell’Impero romano (Sepino): della Roma dei Papi (ad Agnone esiste ancora una “fabbrica” di campane destinate al Vaticano); dei Longobardi carolingi. Senza dimenticare quelli dei Sanniti, recepibili nello splendido Teatro sannita di Pietrabbindante, affacciato sui monti circostanti, con un tuffo che ricorda quello del Teatro di Taormina sul mare.

Qualcosa, di tutto ciò, e ci scusiamo per le inevitabili dimenticanze, ci sarebbe piaciuto vederlo ricordare da chi, dall’estero, ha riscoperto il Molise. E ancor di più da chi in Italia, si è limitato a importare la notizia.

Come pure, visto che di cucina ormai si parla anche nelle rubriche di climatologia, avremmo trovato corretto ricordare la cucina molisana, con una panetteria (non solo pizza) tra le migliori d’Italia e la salvaguardia delle ricette e dei gusti  di una cucina povera che solo in pochi luoghi viene tramandata con la fedeltà dei ristoratori molisani.

Non mollare. Dice Di Pietro che lui, a produrre olio, non ci guadagna. Forse la pensano diversamente le donne  molisane vittime della violenza di genere. Alcune di loro grazie a cooperative sociali come Kairos e Be free e alla Onlus Ets, hanno appena intrapreso la strada della produzione di olio d’oliva per dare sostenibilità al proprio futuro. E ci ricordano che come loro avevano fatto le donne dell’Asia Minore e della Siria, nel corso dei secoli.

Bene, la prossima volta, se capiterà, parleremo del Molise e dei suoi difetti, delle sue difficoltà a sopravvivere come regione autonoma, strangolata dai flussi migratori in uscita e da un invecchiamento che parrebbe inesorabile, con una rete ferroviaria ridotta i minimi termini. E’ la grande questione dello spopolamento di tutta un’Italia delle arre interne che rischia di morire.

Periferie che, per altri versi, tante cose potrebbero insegnare ai centri. Come la pulizia delle strade, capaci di destare meraviglia nei viaggiatori che provengono da città ben più titolate.

Il territorio molisano esiste e cerca di resistere all’abbandono e all’austerity. E tanti molisani lottano per farlo vivere, insieme a coloro  che hanno imparato ad amarlo.

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