GLI IRANIANI IN PIAZZA. COME SI COSTRUISCE UNA NOTIZIA

DI ALBERTO TAROZZI

In piazza gli iraniani, l’altro giorno, una volta saputo che il massacro dei passeggeri sull’aereo ucraino era dovuto a un missile di Teheran, come riconosciuto dal regime. Dove e quando lo veniamo a sapere subito

Chi? Perché? Come?

Chi? Informazioni che ci vengono fornite col contagocce. Dopo avere visto 7 milioni di persone ai funerali di Solemaini, se il numero non viene specificato viene da pensare che siamo in quell’ordine di grandezza. Solo stanotte si viene a sapere che siamo nell’ordine delle migliaia. A ragionarci ci può stare che, vista la situazione, la manifestazione è comunque significativa. Però spiegarlo fornendo dati e ragionandoci sopra fin da subito, quando  la notizia è calda e viene bevuta all’istante, non guasterebbe.

Perché? Di sfuggita si fa riferimento ai parenti delle vittime (molto numerose quelle iraniane). Sacrosante, ma penso che sarebbe stata la stessa cosa in altri luoghi e tempi. Do you remember Ustica? Si dice che la tecnologia abbia registrato un numero di secondi eccessivo in relazione al passaggio dell’aereo ucraino su terreni di rilevanza militare. Per questo il missile venne lanciato. Orrore tecnologico che si somma agli orrori standard di una qualsiasi guerra. Oltre ai parenti delle vittime in piazza, intellettuali e studenti delle università, già vittime della repressione del regime nel 2015 (Soleimani presente). Rilevante, ma non certo indicativo di qualcosa di aggiuntivo, nel dissenso al governo di Teheran. E poco da sperare per una sconfitta degli integralisti alle elezioni del 21 febbraio.

Infine, come? Le agenzie recitano con rabbia. Slogan come “Khamenei bugiardo” (probabilmente i parenti delle vittime) e “Khamenei vattene” (probabilmente studenti e intellettuali contro corrente da antica data). Sì, ma siamoo alle solite. Quanti e perché? Approfondimento cercasi.

Basta tutto questo a configurare una sostanziale novità? Solo se stiracchi la notizia insistendo sulla rabbia, sorvolando sul numero e dando gli slogan in modo sbrigativo senza specificare chi e perché li abbia pronunciati. L’importante è che il lettore fruisca qui e ora. Domani è un altro giorno.

Peccato perché, viste sotto un’altra angolatura, le manifestazioni potevano produrre considerazioni interessanti nonché, detto per inciso, non tutte gradite agli ayatollah.

Bisognava aspettare Tg3 Mondo della Cuffaro a notte inoltrata per conoscere qualcosa di interessante da testimonianze di provenienza iraniana (Raffaele Mauriello) e da analisti acuti e senza pregiudizi (Mario Camelos).

Alla Cuffaro che insisteva sulla rabbia (avendo comunque il merito di avere chiamato loro e non i soliti tronisti da talk show), Mauriello rispondeva girando la frittata. Rabbia su vasta scala no. Ma piuttosto uno sconcerto diffuso, da parte di un popolo che trova più difficile di ieri rivolgersi a qualcuno di cui fidarsi. Non certo Trump, non certo questa Ue. Nel momento in cui è lo stesso regime a denunciare le proprie fragilità il popolo iraniano, e non solo le migliaia in piazza l’altro giorno, potrebbero vivere in  modo meno stoico le difficoltà economiche incombenti in seguito alle sanzioni.

Camelos invece poneva l’accento sulla inaspettata e rapida sincerità del regime. A dispetto dell’accusa di essere bugiardi, una auto certificazione di colpevolezza a tre giorni dalla tragedia pochi se l’aspettavano. Magari qualche tempo dopo, ma non così in fretta. Interessante la ragione addotta da Camelos, in qualche modo sostenuta anche da Alberto Negri su il Manifesto. A Teheran hanno probabilmente cominciato a pensare che la trasparenza abbia i suoi vantaggi e non costituisca solo un valore di ordine etico, ma un indicatore di maturità politica. Nel breve periodo può suscitare sconcerto ma sul lungo periodo quando i nodi verranno comunque al pettine, eviterà le catastrofi dovute alla delusione delle aspettative.

A Teheran dunque, si comincia a ragionare sul lungo periodo. Forse anche negli Usa (Mauriello ha ricordato che un’invasione via terra dell’Iran come atto finale di guerra sarebbe un suicidio).

Bene, vale la pena pensarci sù. Magari lasciando da parte notizie che sfondano lo schermo, ma che dopo qualche giorno perderanno di incisività.