IL CAPITALE FINANZIARIO E TRUMP

DI CORRADINO MINEO

I politologi annaspano, gli storici fanno la faccia cupa, la sinistra preferisce pensare che quello che accade sia un fenomeno passeggero e che presto tornerà il capitalismo neo liberale, con al seguito mondializzazione, summit internazionali e diritti che vanno avanti spinti dal mercato dalla pubblicità. Eppure basta leggere il Sole24Ore per capire che ciò che avviene non è frutto del caso, che il Presidente degli Stati Uniti non è un usurpatore ma interpreta la (e si adatta alla) nuova forma del dominio del capitale.
L’ottimo Morya Longo scrive: “Il presidente Usa Donald Trump ormai l’ha capito: tenere il mondo sulle spine, con una «strategia della tensione» continua che cambia bersaglio ma non modus operandi, non pe- nalizza le Borse. Tutt’altro” Tra il febbraio 2017 -inizio delle tensione con la Corea del nord- e il giugno 2018 -incontro fra Trump e Kim Jong-un- Wall Street ha guadagnato il 20%. Dall’annuncio dei dazi contro la Cina -marzo 2018- alla prima notizia di un possibile accordo commerciale -dicembre 2019- la borsa di New York ha fatto segnare un altro balzo positivo del 19,8%.
Anche le Borse l’hanno compreso – scrive ancora Morta Longo- quella di Donald Trump è in fin dei conti una strategia negoziale, per quanto pittoresca, che è finalizzata a trovare accordi con nemici storici degli Stati Uniti. Così durante una presidenza che in tre anni ha aperto tre fronti geopolitici (prima con la Corea del Nord, poi con la Cina e ora con l’Iran), Wall Street non ha fatto altro che correre. Perché la Borsa sa che alla fine Trump non spezza mai la corda davvero, e Trump sa che la borsa non cade mai davvero. Nella stessa pagina del Sole, il Presidente di Fisher Investments Europe sostiene che la borsa continuerà a crescere nel 2020, forse meno che nel 2019, ma crescerà.
Pure negare il global warming è una strategia che paga. Bolsonaro ha lasciato bruciare l’Amazonia, reprimendo i nativi che la difendevano, Scott Morrison, quello che si presentò in Parlamento con un pezzo di garbano in mano, ha fatto poco o niente per combattere gli incendi che stanno ancora distruggendo gran parte dell’Australia, distruggendo tante specie animali e vegetali. L’industria dello Share Oil -la produzione di petrolio spaccando la pietra, è sul carro della gloria negli Stati Uniti, le industrie inquinanti si sentono al riparo da multe miliardarie, le industrie farmaceutiche possono lesinare le nuove molecole -inventate dalla ricerca- e lucrare immensi profitti con i vecchi brevetti.
Naturalmente i ghiacciai si sciolgono, la siccità costringe gli africani a migrare, le disuguaglianze crescono in tutto l’Occidente. Ed è dietro l’angolo il rischio del Cigno Nero, di una scintilla in Medio Oriente o nel Mar Cinese Meridionale, che scateni una guerra fuori controllo, come come accadde con l’attentato all’arciduca d’Austria a Sarajevo. Ma è il rischio l’anima del capitalismo. Certo non si capisce perché un imprenditore debba continuare a investire nell’industria manifatturiera, o in ricerca e sviluppo, quando può fare soldi coi soldi. Il capitalismo distrugge se stesso. E le borse ballano sulla tolda del Titanic.
Ma francamente non c’è niente che mi appaia più stupido di quando i miei ex compagni della sinistra immaginano un capitalismo perfetto, o sostengono che l’avversario di classe non sia tanto questa ridicola (?) destra illiberale e razzista, ma la mondializzazione e il neo liberismo. E loro, furbi, si preparano per la sola battaglia che conta. Se Lenin non avesse letto Hilferding sul capitale finanziario, probabilmente avrebbe atteso che maturassero le condizioni nella Germania avanzata, prima di buttarsi in una avventura rivoluzionaria.
Se l’ottobre russo non avesse innescato un cambiamento epocale e ispirato movimenti rivoluzionari nel mondo intero, non avremmo avuto il New Deal. E se un dittatore come Stalin e un fottuto reazionario come Churchill non avessero fermato Hitler, non avremmo avuto né piano Marshall né le aliquotefiscali al 70% negli Stati Uniti, che contribuirono a coltivare il sogno americano, la speranza del ceto medio di stare meglio domani che puntellò la democrazia liberale. Francamente non serve una sinistra che si attardi nei suoi miti, non studi e mendichi contributi pubblici, magari presentandosi alle elezioni comunque.