ADDIO A GIAMPAOLO PANSA, CHE MI HA FATTO INNAMORARE DEL GIORNALISMO

DI MONICA TRIGLIA

«È difficile immaginare il giornalismo senza Giampaolo Pansa, protagonista di oltre mezzo secolo di carta stampata» scrive oggi Simonetta Fiori su Repubblica nel giorno dell’addio a un giornalista tra i più discussi ma certo tra i più grandi. Firma della Stampa, del Corriere, di Repubblica di cui è stato vice direttore così come dell’Espresso, “gigante” – come l’hanno definito in tanti – di un giornalismo che non esiste più ma che ha fatto innamorare della carta stampata tanti ragazzi degli anni Sessanta come me.

Pansa, piemontese di Casale Monferrato, se ne è andato ieri a 84 anni: era il giornalista che tutti noi giornalisti che oggi abbiamo 60 anni avremmo voluto essere. I suoi pezzi che raccontavano l’Italia del Vajont (“scrivo da un paese che non esiste più”, iniziava così il suo reportage su La Stampa da Longarone), di piazza Fontana, del terrorismo e delle Brigate Rosse, della politica e dei suoi protagonisti erano notizie sì, ma anche storie appassionanti da leggere, raccontate con una scrittura intensa che oggi non si trova più.

Lo sottolinea bene Marco Damilano, il direttore dell’Espresso. «Il primo ricordo di Pansa è un articolo sulla prima pagina di Repubblica, 15 aprile 1982, l’inizio del processo alle Brigate rosse. Quelle prime righe da imparare a memoria: “Sghignazzano. Capi e gregari di questa banda di macellai chiamata Brigate rosse entrano nelle gabbie e sghignazzano. Gettano un’occhiata distratta ai parenti delle loro vittime, alle madri, alle mogli, ai figli degli uomini che hanno ucciso o fatto uccidere, e sghignazzano… Tanto sangue, tanto dolore, tante pagine di giornale scritte e riscritte e poi riscritte un’altra volta, per poi finire qui, tutti quanti, morti e vivi, a farci ridere in faccia da questa banda di disperati…”.

Erano articoli come questo che ti facevano capire le cose ma anche “sentire e vedere” quello che accadeva in un mondo senza Internet. Era impossibile, dopo averli letti, non provare passione per il giornalismo.

O almeno, così è stato per me. Avevo 15 anni quando gli ho scritto una letterina: “Mi chiamo Monica, sono anch’io di Casale Monferrato e vorrei sapere come si fa a diventare giornalista”. Mi ha risposto dandomi tanti consigli e qualche anno dopo, quando ho iniziato a firmare sul Monferrato, il giornale cittadino, mi ha anche telefonato.

Negli ultimi anni la svolta, incomprensibile e dolorosa per moltissimi che seguivano da sempre quel giornalista laureato con una tesi sulla Resistenza concordata con Alessandro Galante Garrone. Una svolta iniziata con la pubblicazione del libro “Il sangue dei vinti”, nel quale denunciava le violenze commesse da partigiani comunisti nei confronti di ex nemici fascisti. E proseguita con prese di posizione sempre più dure e polemiche e anche piene di un rancore che chissà da cosa gli nasceva.

A lui ho pensato due anni fa, quando a 55 anni è morto il suo unico figlio Alessandro. A lui Pansa ha indirizzato una lettera struggente: “Caro Alessandro, che cosa succede in una nazione coinvolta in un conflitto? L’ho visto con i miei occhi di bambino negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale: a morire sono sempre i giovani, mentre gli anziani la scampano. Insomma, la guerra rovescia lo stato naturale delle cose. Ma può accadere così anche se il mondo si trova in pace…”.

Oggi diciamo addio a un giornalista che ha lasciato il segno. Certo, molto discusso. Ma i suoi articoli sugli anni di piombo io me li ricordo ancora.