CI RISIAMO. UN NUOVO PARTITO O UN PARTITO NUOVO

DI FABIO BALDASSARRI

A proposito dell’intervista sul partito nuovo cui vorrebbe dar vita Zingaretti (vedi Repubblica 11 c.m.) propongo un sintetico excursus storico. Nel 1986 ebbe luogo a Firenze il XVII congresso del Pci che confermò Natta segretario nazionale così come già deciso nel Comitato Centrale successivo alla prematura e inaspettata morte di E. Berlinguer. Un ambizioso ordine del giorno campeggiava sul palco del XVII congresso dietro i lunghi tavoli su cui era assisa la presidenza… alcuni delegati, assai beffardi, la chiamavano ancora nomenklatura. Diceva la scritta: “Un moderno partito riformatore. Un programma, una alternativa per l’Italia e per l’Europa”.

Facendo parte della segreteria regionale e partecipando alle attività organizzative, posso testimoniare che nel retropalco fervevano animate discussioni in cui c’era chi si poneva una domanda chiave, e cioè se quel moderno partito riformatore doveva essere considerato un nuovo partito o un partito nuovo. A cambiare il nome, per la verità, nessuno di particolarmente autorevole ci pensava, e se ci pensava non lo diceva. Lo disse invece Occhetto, diventato segretario nazionale del Pci nel 1988 (dopo le dimissioni di Natta per un infarto che qualche ipocrita considerò provvidenziale) quando ottenne che il Pci diventasse Pds al congresso di Rimini nel 1990 dopo averlo annunciato in solitaria alla Bolognina.

Fra il 1988 e il 1990, difatti, c’era stato il crollo del muro di Berlino e Occhetto, nel 1989, aveva avviato il percorso per quel cambio del nome pronosticandolo in una riunione di sezione. Al Pds di Occhetto seguirono, poi, altri congressi ed altri segretari: il Ds di D’Alema e, infine, il Pd di Veltroni. La questione del nuovo partito o partito nuovo, appariva e scompariva ogni volta che veniva aperta una discussione sulla sua natura finché, con la la confluenza dei Ds e della Margherita nel Pd, Veltroni annunciò al Lingotto che il Pd poteva dichiararsi un partito a vocazione maggioritaria. Sarà, dunque, perché le disgrazie del Pd furono in seguito addebitate spesso a questa fusione considerata a freddo che Zingaretti adesso sceglie la seconda opzione tra nuovo partito e partito nuovo?

Fatto sta che nel 1986 avrebbe avuto più senso una scelta radicale perché, dopo la fine della spinta propulsiva proveniente dalla Rivoluzione Russa dichiarata da E. Berlinguer e l’avvio della fase europeista, l’obiettivo del XVII  Congresso poteva concludersi veramente in modo innovativo. Si trattava, lo ripeto, di dare forma a un “Un moderno partito riformatore. Un programma, una alternativa per l’Italia e per l’Europa”. Ora, lasciando perdere l’interrogativo se l’impegno assunto dal Pci in quel congresso è stato pienamente assolto, e ammettendo che ormai ci troviamo (nel bene e nel male) parecchio oltre, potremmo anche pensare che non resti  altro che sapere cosa Zingaretti vorrà mettere nel contenitore del suo partito, al congresso venturo, per corrispondere ai tempi nuovi in cui viviamo.

Cofferati, in proposito, ha posto alcune domande più aggiornate rispetto al passato (vedi Huffington Post 12 c.m.) e ha chiesto: “… quale deve essere [per la sinistra, ndr] la rappresentanza del lavoro e le sue competenze nell’era della robotica ormai avviata? E quale deve essere il rapporto tra il tempo di lavoro e il tempo di vita in questa fase di trasformazioni epocali? Quale condizione deve produrre la tecnologia nell’ambiente che ospiterà il nuovo lavoro? Si potrebbe proseguire a lungo passando da un tema ad altri non meno importanti per il futuro prossimo. Non dimenticando mai che le proposte che la discussione avanza devono essere rapidamente realizzate dove la sinistra governa. Perché anche la coerenza e il rifiuto della demagogia sono di sinistra.”

Da quanto il prossimo congresso del Pd si mostrerà innovativo su questi temi, e ci aggiungerei il regredire dei problemi internazionali e i divisivi metodi di selezione del gruppo dirigente adottati (penso alle primarie soprattutto per come furono regolamentate), capiremo la differenza che passa tra l’una e l’altra ipotesi riguardo alla risposta che Zingaretti ha dato al quesito di cui sentivamo parlare nel retropalco del XVII congresso di Firenze: un quesito che in seguito, con quasi solo il cambio di nome, ci regalò disorientamenti ma anche veri e propri drammi e lacerazioni. Ma pure la storiella del partito a vocazione maggioritaria di Veltroni non si può dire che portò fortuna al Pd (complice ultima l’incontinenza, per non dire peggio, dell’avventura renziana) e chissà che il suo attuale segretario non abbia inteso decretarne definitivamente l’archiviazione.

Nel partito, diceva già Togliatti, si deve ragionare in un’ottica di governo, ma (possiamo noi aggiungere dopo varie esperienze a Palazzo Chigi) non ispirandoci sempre e soltanto a una specie di bramosia governista. L’essere maggioranza oppure opposizione, in democrazia, non potrà mai dipendere da una vocazione che finisce per acquisire un carattere di tipo teologale, bensì dall’identità che sai esprimere, dalle proposte che ne derivi e dai voti che ne ricavi. In ultimo, ma solo in ultimo, da come sul tavolo della politica questi voti li sai giocare. E questo chiama in ballo molte altre cose tra cui (ma solo in secondo luogo, sebbene quasi sempre di questo si parli) i modi e i mezzi con cui comunichi e come sai fare politica a vantaggio della parte che intendi  rappresentare.