DA ABU OMAR AL RUSSIAGATE, L’ANOMALA FUGA DALL’ITALIA DELL’EX AGENTE CIA SABRINA DE SOUSA

DI GIANLUCA CICINELLI

Il suo nome non dice molto ai lettori distratti ma Sabrina de Sousa, ex agente della Cia e unica a scontare la pena tra i venticinque funzionari dell’intelligence coinvolti nel rapimento dell’Imam milanese Abu Omar, avvenuto diciassette anni fa a Milano, ha stupito molto gli osservatori di spy-stories, con la sua fuga dall’Italia quando mancavano soltanto pochi mesi all’espiazione completa della condanna. Secondo fonti verificate si trova adesso negli Stati Uniti. La sua fuga secondo gli osservatori potrebbe essere in relazione alla ormai famosa visita a Roma del segretario di Stato Mike Pompeo e del nuovo direttore della Cia Gina Haspel, definita come una esperta di tortura dal comitato editoriale del New York Times, a capo in passato delle operazioni di Extraordinary (Irregular) Rendition della Cia, quando si è tornati a parlare del Russiagate e del professore maltese Joseph Mifsud.

Gina Haspel

Dobbiamo fare molti passi indietro per raccontare questa intricata vicenda, tornata alla luce grazie al lavoro del collega Marco Liconti dell’Adnkronos, che è riuscito a intervistare De Sousa per la sua agenzia. Mettetevi comodi perché è una lunga storia, purtroppo non letteraria ma realmente accaduta.

Il caso Abu Omar è il più documentato esempio di azione illegale compiuta dalla Cia in territorio straniero. L’uomo fu rapito il 17 febbraio 2003 a Milano, trasportato presso la base aerea di Aviano e da lì trasferito in una prigione egiziana dove sarebbe stato torturato e seviziato nel quadro di un’azione antiterrorismo. Abu Omar però non faceva parte di nessuna organizzazione legata al fondamentalismo islamico. Venne liberato un anno dopo ma commise “l’errore” d’informare la sua famiglia delle sevizie subite e venne arrestato di nuovo e rilasciato poi nel febbraio 2007. Il caso volle che, essendo in quel periodo sotto controllo da parte della Polizia italiana per un’indagine avviata dalla magistratura italiana, il suo rapimento non passò inosservato.

Abu Omar

Sull’operazione Abu Omar prima il governo Prodi e in seguito i governi Berlusconi e Monti hanno mantenuto il segreto di stato. Fu Wikileaks nel dicembre 2010 a rivelare il contenuto dei cablogrammi con cui il governo statunitense cercava d’intercedere con quello italiano per evitare di coinvolgere nell’inchiesta per il rapimento gli agenti della Cia. Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel 2013 chiese all’Italia di concedere la grazia ai 23 agenti della Cia condannati per il sequestro. Anche De Sousa beneficiò di una grazia seppur parziale, prima messa in affidamento in prova in sostituzione al carcere dal 2017 e poi, come detto, fuggita improvvisamente a pochi mesi dalla scadenza della pena. Va fatto notare che dopo una condanna in appello la Cassazione su indicazione della Corte Costituzionale decise per la non punibilità del generale Nicolò Pollari, all’epoca dei fatti al vertice del Sismi.

Nicolò Pollari

Ecco quanto dichiarato all’Adnkronos dalla De Sousa: “La rendition di Abu Omar è stata coperta da un uso esagerato del segreto di stato, questo è anche è il parere della Corte europea dei diritti umani, in primo luogo per mascherare l’identità di coloro, negli Stati Uniti e in Italia, che autorizzarono il rapimento – dice la de Sousa – quelle identità coperte, secondo me, hanno ancora maggiore importanza in questo momento in cui il ruolo centrale dell’Italia nello Spygate, il tentativo di spodestare un presidente degli Stati Uniti eletto, sembra prendere sempre più consistenza”.
La donna quindi mette in relazione la sua vicenda con il Russiagate o Spygate. Nelle parole della De Sousa Donald Trump avrebbe voluto risolvere il suo caso già nel 2017, ma venne bloccato dalla nomina a vice direttore della Cia di Gina Haspen da parte del direttore della Cia di allora, oggi segretario di stato di Trump, Mike Pompeo. La Haspen è poi diventata direttore dopo Pompeo dell’intelligence. De Sousa, che si è sempre proclamata innocente per Abu Omar, ritiene di essere stata la vittima sacrificale di tutta l’operazione. In effetti è l’unica ad aver scontato una qualche forma di pena. La chiave della vicenda secondo De Sousa starebbe nel fatto che alcuni degli stessi funzionari italiani dell’epoca sono coinvolti nell’attuale Russiagate. La donna afferma che Joseph Mifsud “forse conosceva le identità degli italiani che lavoravano a stretto contatto con i vertici della Cia e dell’Fbi”.

Joseph Mifsud

Secondo Marco Liconti, che ha raccolto l’intervista ed è un esperto di politca estera: “E’ possible che ci sia questa continuità di comando di cui parla la De Sousa, non a livello politico ma un gradino immediatamente sotto, tra la vicenda di allora di Abu Omar e il presunto complotto ai danni di Trump. La Casa Bianca qui non si è limitata a essere soddisfatta di aver sventato le accuse, interne agli apparati americani, anche loro hanno un Deep State, ma sta cercando di appurare gli ambienti in cui è maturata, nel nostro caso in Italia”.

Il giornalista mette poi l’accento su un’altra questione logica: “Siamo sicuri che De Sousa prende e scappa dall’Italia per paura di ritorsioni dalla Cia? A me personalmente non sembra verosimile che se hai paura della Cia scappi negli Stati Uniti. Inoltre nessuna procura in Italia la cerca per la fuga. Potrebbe essere accaduto invece che l’abbiano fatta salire su un aereo e riportata a casa proprio quelli contro cui punta il dito. Per quale motivo non so dire, forse un segnale ai servizi italiani o al premier Giuseppe Conte, onestamente non lo so. Quello che è certo è che lei va a nascondersi in quella che per le sue stesse parole è la tana del lupo”.

La risposta alle domande che pone Liconti va ricercata probabilmente nelle motivazioni per cui la De Sousa mette in collegamento i due casi, sia che sappia qualcosa sia che si tratti di una più ampia strategia per mandare segnali all’Italia. Quel che è certo è che il caso Russiagate sul versante italiano è ancora aperto e potrebbe dare luogo a ulteriori sorprese.