IL CRAXISMO ANDAVA E VA COMBATTUTO

DI GIANLUCA CICINELLI

C’è un modo tutto italiano di intendere la politica che non parte dalla volontà di affermazione di una linea precisa ma dall’occupazione di spazi lasciati vuoti da altri. Questo è il motivo per cui un partito che si definiva socialista ha governato con la destra in Italia per l’intero periodo del craxismo, questo è il presupposto su cui si basa l’equivoco che il Partito Socialista di Craxi fosse vicino alla sinistra extraparlmanetare degli anni 70. In mezzo c’è l’impermeabilità, leggi ottusità, del Partito Comunista berlingueriano che ebbe un ruolo decisivo nello spingere i socialisti nella braccia della Democrazia Cristiana.

Ma andiamo con ordine. Nella società italiana di fine anni ’70 in cui con il contributo di Aldo Moro, grande tessitore della democrazia ma innegabilmente a capo del partito più corrotto dell’intero occidente, si consuma il “consociativismo”, ovvero il venir meno dell’idea che Dc e Pci siano alternativi, che porta i comunisti nell’area di governo, il partito socialista di Craxi, all’opposizione, ha come unico spazio libero possibile il tentativo di spezzare quell’alleanza. Aiutato in questo dalla rinuncia del Pci a costruire un’alternativa di sinistra con la pretesa  di egemonizzare il campo progressista. In quella chiave c’è l’apertura opportunistica di Craxi al rapporto con i movimenti di contestazione degli anni ’70, altrettanto contrari all’abbandono da parte del Pci delle sue radici popolari, un tradimento di classe che lo portò infatti a intercettare i voti dei ceti medi tranquillizzati dalla svolta filo atlantica di Berlinguer e dal suo “imborghesimento”. Termini che sembrano provenire dalle catacombe della politica, ma che hanno costituito il centro degli scontri, dialettici e di piazza, avvenuti nella stagione di maggiore passione civile mai espressa nel nostro Paese, quella a cui dobbiamo ancora oggi l’intera struttura di Riforme Sociali ancora esistenti, dalla contrattazione sindacale collettiva, oggi solo un ricordo, alla sanità, alle conquiste civili del divorzio e dell’aborto.

In questa chiave Craxi fu il riferimento istituzionale della trattativa per salvare la vita a Moro, di sicuro per spirito umanitario ma anche perché questo significava occupare lo spazio lasciato libero dalla fermezza del Pci per poter assestare un colpo ferale all’alleanza di Berlinguer con la Dc. Quando questo processo si compie definitivamente con la fine della solidarietà nazionale Craxi, che intanto sostituisce nel simbolo del suo partito la falce e martello con il garofano rosso, a partire dal 1980 governa con il cosiddetto pentapartito, con democristiani, repubblicani, liberali e socialdemocratici, diventando presidente del consiglio dal 1983 al 1987, ma l’esperienza socialista al governo proseguirà fino a tangentopoli, cioè al 1992.
Non voglio parlare in questa sede della deriva furfantesca del Psi di Craxi, perché è errato contrapporre solo questo al craxismo. Gli si fa un favore enorme. Il craxismo andava e va combattuto sul piano del danno che ha fatto all’intera società italiana e alla sinistra materialmente con le sue politiche anti popolari, con l’incentivo al rampantismo di cui il berlusconismo fu la diretta prosecuzione. In questi giorni si è tornato a parlare di Craxi come martire ancora per la sua vicenda umana, che, come accade sempre in Italia, vide tutti coloro che mangiarono dalla sua mano mordergliela, con quella ipocrisia e vigliaccheria che troppe volte caratterizza ancora la politica italiana. Su questo personalmente ritengo che davvero sia stata violata ogni decenza giuridica e umana, però,  leggendo alcuni nomi di chi oggi depreca, giustamente, l’accanimento contro Craxi di allora, trovo molti fautori delle manette di oggi. Ma nessuno che lo faccia notare.


Al netto di tangentopoli dunque, il craxismo fu una sciagura per l’Italia, una sciagura mascherata da innovazione e riforme che “velocizzavano” la democrazia, quando velocità e democrazia non sono mai due termini che corrono paralleli. L’azione di freno all’inflazione, allora galoppante, dei governi Craxi non si basò certo sulla riduzione della spesa pubblica. Anzi la spesa pubblica sotto il craxismo, grazie alle elargizioni agli amici degli amici, altro che società del “merito” come sostenevano gli ascari del craxismo, ha provocato il buco nero del debito pubblico che paghiamo oggi ancora più di ieri. Il taglio dei tre punti della scala mobile oltre a spezzare l’unità sindacale comporta il primo grave danno ai lavoratori dopo la stagione di lotte degli anni 70. Il primo condono edilizio, che apre la strada a tutti quelli che verranno fin qua, lo sancisce il governo Craxi nel 1985. E poi naturalmente le scaramucce con la Dc di De Mita, con il tentativo, riuscito, di occupare il ministero degli esteri per attingere ai fondi della cooperazione internazionale, se qualcuno riesce a ricordare Siad Barre e la Somalia. Tutto questo rende impossibile considerare Craxi come un “mito” positivo da rimpiangere. Certo, con Craxi ci fu l’unica nostra presa di posizione dignitosa verso gli Usa a Sigonella, ma durò l’arco di poche ore ed era frutto della “dottrina Moro”. Nessuno può discutere che sotto Craxi la concessione delle basi per i missili americani sul territorio italiano, anche dopo la caduta del muro di Berlino, non fu mai messa in discussione. Sotto Craxi quelle che dovevano essere riforme perlomeno liberali, come la concessione delle frequenze radiotelevisive a soggetti diversi dallo stato, si limita a trasformare il monopolio in un duopolio con Berlusconi, che di fatto resta tale ancora oggi, se non fosse per l’inserimento dell’imprenditore Cairo nella partita in tempi molto recenti. Non c’è proprio niente da rimpiangere nel craxismo: gli anni 80 segnano la fine del tessuto di solidarietà in Italia e lo sdoganamento dell’egoismo sociale come dottrina politica.