L’ITALIA DEL NON SI PUO’, OVVERO LA SINDROME DI MAURRAS

DI ALBERTO BENZONI


Se dovessimo definire sinteticamente la cultura e il messaggio politico del centro-sinistra e dei suoi governi, l’unica formula che ci viene in mente è quella del “non si può”.
Non si può aumentare la spesa perché l’Europa non vuole.
Non si può rimettere in discussione l’autonomia differenziata perché le regioni la vogliono.
Non si possono tassare né i grandi redditi né i patrimoni perché gli interessati (e con loro, i risparmiatori, i mercati e quant’altro) la prenderebbero a male.
Non si può introdurre il reddito di cittadinanza perché ci direbbero che siamo assistenzialisti.
Non si può difendere e ripristinare il ruolo dello stato e del pubblico, perché tutti ne parlano male.
Non possiamo revocare le concessioni autostradali perché i concessionari non sono d’accordo e ce la farebbero pagare cara.
Non si può dire che l’immigrazione è una risorsa perché, da noi, non lo dice nessuno.
Non si può scioperare anzi si può. Ma tenendo presente che serve a poco, per non dire a niente e a pagarne il prezzo sono i cittadini.
Non possiamo criticare l’America per l’assassinio di Solemaini perché Trump è amico di Giuseppi e occorre tenerselo buono.
Non possiamo criticare apertamente la politica di austerity perché siamo un paese in libertà provvisoria e non possiamo abusarne.
Potremmo continuare. Ma ci fermiamo qui. Per sottolineare che, a giustificare la nostra voluta impotenza non ci sono ragioni oggettive – leggi il valore concreto di un provvedimento ai fini dell’interesse nazionale – ma la resa preventiva e quasi automatica rispetto alla forza e alle ragioni dell’avversario. Il che significa, all’inverso, sfiducia preventiva nelle proprie.
Un male europeo? Insomma, siamo così, perché sono, o devono essere così gli altri?
Ma le cose non stanno così. Perché, in questo preciso momento, la regola del “non si può” è ignorata su mille fronti e in tutta Europa.
Così in Spagna si è formato (contro il parere del vecchio gruppo dirigente socialista, di Bruxelles e della Confindustria locale) un governo di sinistra-sinistra, con un programma di sinistra-sinistra e l’astensione/assenso, tra gli altri della sinistra indipendentista catalana. In uno scontro durissimo con la destra-destra che non ha esitato a definire questo governo “comunista e complice dei terroristi, con le mani sporche di sangue”.
Così in Francia continua lo sciopero contro la riforma delle pensioni con vigore e consenso pubblico immutati; mentre il governo è per ora incapace sia di “arrivare sino in fondo” che di trovare mediazioni accettabili. Mentre, in vista delle prossime elezioni locali, dai verdi sino ai comunisti, si sperimentano accordi impensabili sino a qualche tempo fa.
Così, in Francia, come in Germania si alza un sempre più forte coro di voci a favore di una politica industriale e contro i vincoli dell’austerity.
Così tre capi di stato e di governo, Macron, la Merkel e Boris Johnson dichiarano che la minaccia principale per l’Europa non viene né dalla Russia né, tento meno dall’Iran, ma dal jhadismo terroristico di stampo sunnita. In implicita ma forte polemica con Trump che li invita ad aderire attivamente alla crociata contro Teheran.
Tanti importanti segnali che in Europa “si può”; ma tutti bellamente ignorati o ritenuti irrilevanti sia dal governo italiano, sia dalle forze che, si fa per dire, lo sostengono, sia, e qui la cosa è più sorprendente, da quelle che dovrebbero contestare la linea del “non si può” da sinistra.
E qui non siamo più nel campo della politica ma della patologia collettiva.
Siamo diventati disfattisti. Prima eravamo bravissimi nell’analizzare le ragioni delle nostre sconfitte così da poterci riscattare alla prima occasione. Oggi le riteniamo non solo scontate in partenza ma giuste, anzi in qualche modo meritate; al punto di non fare nulla per evitarle. E proviamo un profondo fastidio, se non aperta ostilità, verso chiunque – sia esso socialista, pacifista, ambientalista o semplice sardina – turbi il nostro placido sonno richiamandoci alle nostre responsabilità.
Siamo, per altro verso, affetti, sia pure in forma meno crudamente drammatica, della “sindrome di Maurras”. Il Nostro, per tutta la sua vita nazionalista antitedesco, salutò come “divina sorpresa” la sconfitta del suo paese nel 1940 da parte della Germania nazista. Perché avversava intellettualmente la Germania, ma odiava visceralmente Blum. Noi avversiamo Salvini ma più per il suo stile che per altro; mentre riserviamo la nostra inimicizia e la nostra ostilità politica a quelli che appartengono al nostro campo. In un gioco al massacro in cui non si salva nessuno.
Verrebbe da dire, in questo quadro, che la sinistra che abbiamo meriti, tutta, di essere sconfitta. Salvo ad aggiungere subito, che non lo merita il nostro paese.