DAL COLLASSO DELLE VENETE ALLA POPOLARE DI BARI: STORIA DI UNA VIGILANZA ANNACQUATA

DI MARCO MILIONI

Sono passati due anni da quando il consulente finanziario Francesco Celotto dalle colonne di Alganews.it spiegò come fosse all’orizzonte il collasso della popolare di Bari. La previsione nel frattempo si è avverata, ma come stanno oggi le cose? Celotto (nel riquadro in una foto d’archivio), che in passato ha ricoperto la carica di vicepresidente della Associazione soci delle popolari venete e che oggi vive a Barcellona in Spagna, ai taccuni di Alganews.it spiega che il mondo bancario è in continuo movimento e che le cosiddette banche del territorio a breve saranno cancellate dal panorama.

Dunque Francesco che cosa è capitato in questi due ultimi anni sul fronte bancario?
«Negli ultimi due anni sono successe diverse cose e la situazione è profondamente mutata in relazione al mondo bancario. Innanzitutto la Germania ha cambiato il proprio atteggiamento ed è meno rigida e meno orientata a difendere una austerità a tutti i costi. La Germania in questi anni ha salvato con denaro pubblico diversi propri istituti di credito assai malmessi. Inoltre ha una delle banche tra le più in difficoltà del sistema come Deutsche Bank e quindi non può più difendere a tutti i costi la linea dura che comportò il fallimento di Veneto Banca e Popolare Vicenza. La commissione europea ha ammorbidito di molto la propria linea in merito al concetto di aiuto di Stato».

Stai dicendo che quello che non sarebbe mai stato accettato nel 2017 quando si prospettò la necessità di salvare le popolari venete si accetta adesso?
«Sì è proprio così. Oggi di fatto la Commissione europea ha dato il proprio nulla osta alla ricapitalizzazione di 1,4 miliardi di euro dell’istituto pugliese con soldi del fondo interbancario e con l’intervento del Mediocredito centrale. La situazione è profondamente mutata a favore di un salvataggio che probabilmente nel 2017 non sarebbe passato. Senza contare altri fattori politici di natura più locale».

Bankitalia come effettua i controlli? Possibile che arrivi sempre tardi?
«Putroppo i controlli che effettua Bankitalia oltre ad arrivare spesso tardi sono inefficaci perché privi del potere di bloccare determinate azioni nocive dell’interesse degli azionisti. Sono previste pene ma il più delle volte di scarsa efficacia e a livello solo amministrativo. Solo in casi estremi e spesso in ritardo la Banca d’Italia può ordinare la amministrazione straordinaria o richiedere la risoluzione di un istituto bancario. Nel caso in questione la Banca d’Italia ha avviato come di routine ispezioni ma solo quando la situazione è diventata insostenibile ha avviato l’iter per lo scioglimento del cda della Popolare di Bari con la nomina di due amministratori straordinari. Di fatto ha azzerato il board della banca il cui patrimonio era sceso sotto i minimi richiesti da Bruxelles».

E adesso?
«Il patrimonio della Banca Popolare di Bari era negativo a causa dei troppi prestiti concessi generosamente e senza le adeguate garanzie a gruppi importanti come le aziende della famiglia Fusillo e quelle della famiglia Curci. A tal proposito una ispezione nel lontano 2013 aveva già evidenziato problemi nel portafoglio crediti della banca senza che quella ispezione, tanto per cambiare, avesse comportato alcun cambiamento di rotta».

Il lupo perde il pelo ma non il vizio verrebbe da dire. O no?
«È una amara analisi, ma le cose stanno così. Nel 2013 la solita Banca d’Italia aveva caldamente consigliato il presidente della Popolare di Bari di acquistare la Tercass, ossia la Cassa di risparmio di Teramo, facendosi carico del salvataggio di una banca decotta e piena di prestiti inesigibili. E potrei continuare per ore con altri esempi. Ribadisco che è da tempo che la condotta di Bankitalia mi dà molto da pensare. E uso volontariamente un eufemismo».

Come mai poni l’accento su questo aspetto?
«E me lo chiedi pure? Non si può non notare la incongruenza della Banca d’Italia che ispeziona la Popolare di Bari nel 2013, evidenziandone una cattiva gestione e una dubbiosa qualità del portafoglio crediti, obbligandola al contempo a comprare una banca fallita come Tercass».

Una volta si diceva peggio il rammendo del buco. Si tratta di un adagio azzeccato in questo caso?
«Direi di sì. La Popolare di Bari per procedere all’acquisto della Tercass procedette ad aumentare il capitale sociale con emissione di nuove azioni acquistate massicciamente da piccoli risparmiatori e famiglie . Assurdo perché da una parte la Banca d’Italia dovrebbe tutelare il risparmio e poi di fatto autorizza operazioni finanziarie che sono contrarie alla tutela dello stesso. Se ne ricava un interrogativo di portata amletica».

Sarebbe a dire?
«Da che parte sta Banca d’Italia? Come effettua in controlli e a che fine?».

E poi?
«Poi esisteva un problema tipico delle popolari in Italia. Il valore delle quote era determinato dallo stesso cda in occasione della assemblea di approvazione del bilancio . Chi poteva di fatto verificare se questo valore corrispondesse alla realtà o fosse distorto? Quote in ogni caso totalmente illiquide perché non esisteva la possibilità di venderle su un mercato regolamentato come nel caso delle banche quotate in borsa. Per questo io sostengo da tempo che la trasformazione in spa delle banche popolari cooperative andasse fatta molto prima e molto meglio, non in fretta e solo nel 2015».

Nemo propheta in patria: si può usare questa espressione?
«Che ti devo dire? Non è bello fare le cassandre ma tutti sanno come sono andate a finire le cose. I risparmiatori andavano sì tutelati, ma sul serio».

E invece?
«Invece si è atteso che il bubbone scoppiasse prima con le popolari venete e adesso con la Popolare di Bari. Queste banche sono state usate come bancomat da gruppi imprenditoriali e di potere legati al loro territorio per spolparle facendosi concedere prestiti facili mai restituiti usando soldi dei risparmiatori dello stesso territorio. Ricordo che tra popolari venete e Bari parliamo di quasi 300mila soci che hanno perso più di dieci miliardi di euro investite in quote azzerate o quasi».

E i controllori?
«Io non mi stancherò mai di dirlo. Il tutto è avvenuto con la benevola complicità di Banca d’Italia che non ha svolto con la fermezza dovuta il proprio ruolo se non quando i buoi erano ormai fuggiti dalla stalla. Le popolari hanno prestato soldi a gruppi e soggetti che difficilmente avrebbero potuto essere finanziati dalle banche quotate soggette a controlli più stringenti. Hanno avuto un ruolo di supplenza fino a quando il pentolone è scoppiato. Lasciando con il cerino in mano migliaia di famiglie e piccoli risparmiatori. Come al solito pantalone paga il conto e i veri responsabili la fanno franca».

Rispetto alla prospettive del sistema bancario la politica come si sta comportando? È cambiato qualche cosa in questi anni?
«La politica come al solito arriva tardi. Come detto più e più volte la riforma delle Popolari andava varata prima e non solo nel 2015. La Popolare di Bari poi non era mai stata trasformata in spa a causa della sentenza del Consiglio di stato che di fatto ne bloccò la trasformazione stessa fino a quando come detto il problema non è scoppiato in tutta la sua gravità. La politica invece obbligò in fretta e furia le nostre popolari venete a trasformarsi nel 2015-2016. E poi ne decretò la fine regalandole per un misero euro a Banca Intesa. La stessa cosa non si può dire per Bari. Perché? Perché questo ritardo? Perché due pesi e due misure?».

Che impressione ne ricavi?
«Io ho riflettuto a lungo su questo passaggio e credo che la risposta sia di natura squisitamente politica. Il Veneto è serbatoio di voti della destra , la Puglia è governata dal Pd. In Veneto il governo di allora del Pd, presidente del consiglio Matteo Renzi, decise di fare in fretta. E decise che tanto si potevano regalare le nostre due banchette a Banca Intesa , visto che questa si impegnava comunque ad acquistare corpose quantità di titoli di stato sostenendone il prezzo e considerato che il Veneto non era comunque un bacino di voti interessante per il Pd. Bari invece poteva attendere visto che sindaco e governatore erano e sono espressione del Pd».

Che cosa c’è sotto?
«Uno scambio di favori direi, a tutto detrimento del Nordest. Aggiungo che con la situazione di oggi Veneto Banca e Popolare di Vicenza sarebbero state salvate visto che gli indici patrimoniali erano comunque migliori di quelli della Popolare di Bari. La politica segue come detto l’onda e oggi l’onda in Europa e soprattutto in Germania è cambiata. Il che, in determinate circostanze, si traduce nella formula sìi ai soldi pubblici per i salvataggi e meno austerità. A rimetterci sono stati soprattutto, diciamolo chiaramente, i pantaloni veneti».

E la cosa come si spiega?
«È esistito da sempre un legame perverso tra la politica, imprenditoria locale e banche cosiddette del territorio come le popolari. Un legame che purtroppo ha portato ai risultati disastrosi che abbiamo sotto gli occhi: perdite ingenti per le famiglie a detrimento di potentati locali che hanno usato le banche del territorio per i propri comodi. La politica avrebbe dovuto essere molto più lungimirante, ma sappiamo che non vede spesso oltre i propri piccoli interessi di bottega. Inoltre il M5S che aveva spesso urlato allo scandalo per i salvataggi delle banche con l’uso di denaro pubblico si è opportunisticamente appiattito sulle posizioni del Pd dando luce verde alla operazione pubblica di salvataggio del malconcio istituto pugliese».

Morale della favola?
«La politica è in ritardo su tutto. Che fine ha fatto la commissione di inchiesta sulle banche che avrebbe dovuto essere presieduta prima dal dissidente Gianluigi Paragone, poi da Elio Lannutti infine dall’innocuo carneade Raphael Raduzzi?».

L’affaire ex popolari cominciò a deflagrare nel 2015, poi la situazione si incancrenì. Adesso c’è la vicenda Bari. Sono i cicli del capitalismo ad essere inevitabilmente fatti in questa maniera? O c’è di più?
«I cicli del capitalismo sono stati inevitabilmente connotati da periodi di alti e bassi. È la natura stessa dell’economia che è cosi. Tuttavia oggi siamo di fronte a un cambio strutturale del sistema economico grazie anche alle nuove tecnologie. Il mondo bancario è in completa trasformazione a causa della digitalizzazione sempre più spinta. Le banche del futuro saranno sempre più virtuali e meno fisiche».

Cioè andremo verso una progressiva smaterializzazione? Ma come?
«Il territorio diventerà la rete non più uno spazio geografico. E infatti tante filiali sono state chiuse o verranno chiuse lasciando spazio alla banca on-line. Il profilo dell’utente medio bancario è cambiato adattandosi alle nuove tecnologie ed esigendo nuovi prodotti e servizi. Tanti posti di lavoro nel mondo bancario verranno eliminati lasciando spazio alle macchine e ad altre figure professionali. Diciamo francamente che lo spazio per le banche del territorio sarà sempre più esiguo per lasciare spazio a operatori sempre più globali. L’era dei tassi zero ha inoltre eroso in maniera drammatica i margini di profitto delle entità bancarie. Oggi i profitti non provengono più, se non in forma residuale, da prestiti e mutui. Provengono da attività diverse».

Con quali conseguenze alla fin fine?
«Il panorama bancario italiano come quello europeo è destinato a enormi cambiamenti nei prossimi anni. Cambiamenti che forse non lasciavano scampo alle tante realtà bancarie italiane troppo piccole e poco tech oriented per reggere la sfida del futuro».