DIVAGAZIONI SULLA LETTRICE-UNO

DI LOREDANA LIPPERINI

Ho riflettuto parecchio, in questi ultimi giorni, su quanto si è violentemente discusso sui social e sui giornali, e se decido di tornarci è perché la polemica che si è consumata intorno alle instagrammer e alle blogger che si occupano di libri,  al loro parlare dei medesimi e al loro fotografarli, è una polemica fuori fuoco. Intendo con fuori fuoco il porre una questione, come è avvenuto nell’articolo di Massimiliano Parente, non per porre la questione stessa ma per togliersi provocatoriamente qualche macigno dalle scarpe nei confronti di quello che l’autore immagina essere il femminismo. Così come le repliche, ovviamente, sono state nei confronti dei toni dell’articolo e dell’autore dell’articolo, e non poteva essere diversamente. Così come le controrepliche sono state, come ci si attendeva, mirate a coloro che avevano reagito all’articolo con conseguente accusa di femminismo bigotto, e via così, fino allo spegnimento senza vincitori né vinti, e con parecchia amarezza in chi ha letto.

Se non ci avete capito niente, niente avete comunque perso, nei termini in cui la non-discussione si è svolta. Quel che interessa me, invece, è la questione che avrebbe dovuto essere centrale. Come si parla di libri sui social, e in particolare su Instagram? E perché sono nella ultragrande maggioranza dei casi le lettrici a farlo? E con quale immaginario si confrontano?

La prendo da lontano, da qui a venerdì.

Ella era seduta, un po’ abbandonata su sé stessa, tenendo su le ginocchia un libro che io riconobbi, il libro che io le avevo dato pochi giorni innanzi: La Guerra e la Pace. Tutto in lei, veramente, nell’attitudine e nello sguardo era dolce ed era buono. (L’Innocente, Gabriele D’Annunzio)

Quella della lettrice è un’icona antica, quanto mai gradita agli scrittori di ogni tempo, che si compiacciono della fedeltà e della passione femminile nei confronti dei libri. Perché queste benedette lettrici saranno anche strapazzate a più riprese, e da non pochi scrittori: ma senza di loro quegli stessi scrittori, come sappiamo, non venderebbero. Per inciso, anche i pittori subiscono con regolarità il fascino di una figura di donna immersa nella lettura: che sia seduta in uno dei prati fioriti di Monet, che sorrida appena come la lettrice di Renoir, che si abbandoni insieme alla mollezza del divano e alle seduzioni del volume, come nel famosissimo quadro di Federico Faruffini, quella creatura viene gratificata dall’approvazione dell’artista, come se stesse facendo qualcosa di giusto e di consono. Esiste, insomma, una mistica della lettura femminile che viene esibita orgogliosamente per avvalorare una certa, dolciastra superiorità morale e intellettuale delle donne sugli uomini.  Che brave, le donne, che brave: leggono. Magari leggeranno me, avrà anche pensato qualcuno di coloro che è intervenuto nella discussione a difesa delle instagrammer e blogger: il pensiero è cattivo, certo, ma vi assicuro che in questo caso il pensar male è molto spesso legittimo.

In tutti, tutti i rapporti sulla lettura si dice che le donne leggono più degli uomini, che le ragazze leggono più dei ragazzi, le bambine più dei bambini. Non trovo nulla di confortante in questi dati. La lettura dovrebbe essere incrementata fra le donne e gli uomini. Non c’è nessun potere nell’essere Sante Lettrici nel momento in cui, quando i critici (maschi) parlano del canone dei primi vent’anni del secolo inseriscono solo una manciata di scrittrici. C’è solo uno status che fa comodo: agli scrittori, alle case editrici, solo ingannevolmente alle lettrici stesse.
“I gruppi di lettura, i reading, i resoconti delle vendite ci ripetono tutti la stessa storia: quando le donne smetteranno di leggere, il romanzo morirà” (Ian McEwan, Guardian, ottobre 2005)

Detto questo: cosa facciamo, noi lettrici, per uscire fuori da quella Mistica un tantino ipocrita quando ci rappresentiamo come tali? Perché prima di parlare di mercato editoriale e di come il medesimo abbia astutamente fatto propria la presenza delle book-instagrammer e book-blogger, mi interessa questo. Chi diciamo di essere quando ci diciamo, e ci presentiamo come lettrici? Siamo consapevoli del gioco simbolico in cui ci infiliamo o no? Se la risposta è positiva, benissimo: ognuna è libera di agire ogni ruolo. Se la risposta è negativa, forse abbiamo un problema: ed è quel problema che ci fa fotografare un libro in circostanze estetiche confortevoli e rassicuranti, fra dolci e bevande. E non, per dire, in un barile di chiodi.

Continua.

E cosí eccomi qui, nel mezzo del cammin, dopo vent’anni —
vent’anni in gran parte aridi, gli anni dell’entre deux guerres
cercando di imparare l’uso delle parole, e ogni tentativo
è tutto un ripartire dal principio, e un modo diverso di fallire
perché si è imparato a servirsi bene delle parole
soltanto quanto basta a dire quello che non si ha piú da dire, o nel modo in cui
non si è piú disposti a dirlo. E cosí ogni impresa
è un ripartire dal principio, un’incursione nel vago
con strumenti logori che si deteriorano sempre piú
nella grande confusione di sentimenti imprecisi,
indisciplinate squadre di emozioni. E quello che c’è da conquistare
con la forza e la sottomissione, è già stato scoperto
una volta o due, o molte altre volte, da uomini che non possiamo sperare
di emulare — ma non c’è competizione —
c’è soltanto la lotta per recuperare ciò che si è perduto
e trovato e perduto, e ancora: e adesso in circostanze
che non sembrano propizie. Ma forse non c’è guadagno né perdita.
Per noi rimane soltanto il tentare. Il resto non ci riguarda
.

T. S. Eliot, East Coker.

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